Fosse un film, non per rubare il mestiere all’attuale Presidente del Napoli, le scene salienti della storia che stiamo raccontando sarebbero 3.
17 maggio 1989/Stoccarda/esterno notte. Per la prima volta nella sua storia, il Napoli si gioca una finale europea.
C’è Maradona, ça va sans dire, c'è Careca, c'è Alemao, c'è soprattutto Ciro Ferrara. Soprattutto sì.
Non tanto perché segna un gol di rapina che porta il Napoli al momentaneo vantaggio (la partita finirà 3-3, sommata al 2-1 dell’andata a Napoli, consentirà ai partenopei di conquistare il trofeo), piuttosto perché è il vero simbolo di quel Napoli, trovatosi in paradiso quasi per sbaglio, incrociando i destini del più grande calciatore di tutti i tempi, il Diego da cui hanno preso il nome migliaia di bambini napoletani. Ciro e Diego, in quella nottata tedesca, si abbracciavano a centrocampo, Ciro in ginocchio e Diego che lo accarezzava sulla testa e spiegava alle telecamere che quella vittoria era sua più che di tutti, perché lui era napoletano e poteva capire fino in fondo cosa significasse quel trionfo per Napoli e per i napoletani.
In quegli anni il Napoli aveva conquistato anche due Scudetti e una Coppa Italia, ma il sapore internazionale della vecchia Coppa Uefa, che adesso si chiama Europa League, era una cosa speciale: guardaci Europa, siamo il Napoli, siamo Napoli, e questa volta vinciamo noi. Una nuova consuetudine cui la città e i suoi tifosi avrebbero voluto al più presto abituarsi.
Non accadde, anzi. Negli anni immediatamente successivi la squadra alternò annate discrete a drammatiche retrocessioni in Serie B, fino al momento più basso, raggiunto 15 anni dopo la magnifica notte di Stoccarda.
2 agosto 2004/Napoli/interno giorno. La settima sezione del Tribunale fallimentare di Napoli decreta il fallimento della Società Sportiva Calcio Napoli, nominando un curatore fallimentare. La città e i tifosi sono sgomenti e impotenti di fronte alla loro squadra che fallisce dopo 78 anni di storia calcistica. Il Napoli perde tutto, compreso il titolo sportivo, e deve ricominciare da capo.
Nelle settimane che seguono, frenetiche e disperate, la città spera che qualcuno con in tasca ‘na cusarell’ e sord’ rilevi società e squadra e le tiri fuori da quell’inferno sportivo. Quando nessuno ci crede più, avendo visto passare in quegli anni, ai piedi del Vesuvio, ogni sorta di personaggio ambiguo che prometteva di rilanciare la squadra, arriva invece l'imprenditore cinematografico Aurelio De Laurentiis, che rileva il titolo sportivo dalla curatela fallimentare e iscrive la squadra - volontariamente con la denominazione di Napoli Soccer, per non ‘sporcare’ il nome della S.S.C. Napoli 1926 - al campionato di terza serie.
Il poliedrico Presidente diede da subito l’idea che con lui il Napoli sarebbe potuto tornare ad essere quello dei tempi di Ferlaino, ma dall’inferno non si arriva dritti in paradiso.
Il purgatorio del Napoli durò ancora qualche anno. All’esordio, infatti, la squadra non riuscì a conquistare, a dispetto delle previsioni, la promozione in serie cadetta. La città fu costretta ad attendere l’anno successivo, quando, sotto la guida di Edy Reja, Napoli ritrovò la sua squadra e il suo nome. Lasciata la serie C, infatti, De Laurentiis si riprese la denominazione originaria di Società Sportiva Calcio Napoli. Nel 2007, insieme a un’altra nobile decaduta del calcio italiano, la Juventus (costretta in serie B a seguito delle vicende di Calciopoli), il club partenopeo conquistò l'immediata promozione in Serie A. Dopo Reja, alla guida della squadra si avvicendarono Roberto Donadoni e Walter Mazzarri, attuale coach del Ciuccio azzurro. L’allenatore ha prima riportato la squadra alla qualificazione diretta in Europa League, dopo 16 anni, e lo scorso anno ha portato il club nella massima competizione europea, la Champions League, 21 anni dopo l'ultima partecipazione.
La terza scena cruciale del film è ancora da scrivere, e si gira domani.
14 marzo 2012/Londra/esterno notte. Allo Stamford Bridge il Napoli affronta il match di ritorno contro il Chelsea del miliardario russo Roman Abramovich, dopo il 3-1 dell’andata rifilato ai Blues in casa. Della partita, per rispetto della scaramanzia partenopea, non parliamo neanche.
Diciamo però che un Napoli così forte non si vedeva dai tempi di Maradona. Ma, in realtà, questo Napoli può diventare ancora più forte di quello, e può scrivere pagine ancora più gloriose. A cominciare dalla sua prima qualificazione in assoluto ai quarti di finale di quella che una volta si chiamava Coppa dei Campioni.
Il Napoli non si può più nascondere e neanche vuole, al contrario, vuole che l’Europa tutta torni a guardar splendere la stella di una squadra che rappresenta una città che non è come tutte le altre, e non lo sarà mai. Per questo il Napoli non è soltanto calcio, è rivalsa sociale, è orgoglio. Per i suoi tifosi è, al tempo stesso, malattia e cura. Un amore incontenibile che fa guarire i malati, camminare gli storpi, resuscitare i morti. Eppure il miracolo del Napoli non è più un miracolo di quelli appartenenti alle categorie in scena nella surreale discussione circa il miracolo facile e il miracolo difficile, tra Lello Arena e Massimo Troisi in “Ricominio da tre”. Semplicemente, il Napoli non è più miracolo, è realtà, è pura vita. Proprio come quella intonata, con un'unica voce, da 70mila persone al San Paolo, dopo ogni impresa della squadra: Oje vita, oje vita mia/Oje cor 'e chistu core/Si stata 'o primmo ammore/E 'o primmo e ll'ùrdemo sarraje pe' me!
Motore/Ciak/Azione. Si gira.
(13 marzo 2012)

Ancora una volta Giorgio Napolitano ha spiazzato tutti. La soluzione disegnata dal Presidente della Repubblica sembra avvicinarsi alla prorogatio proposta dal grillino prof. Becchi, con alcune importanti correzioni. leggi tutto
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