Erano passati 45 minuti dall’inizio dello spettacolo. Riprendemmo il ‘cappello’ gonfio di monete e di qualche banconota. In quel momento, quasi inaspettato, provai un particolare senso di soddisfazione, soddisfazione che andava al di là di quello che avevamo guadagnato, e li per lì non capivo di cosa si trattasse.

L’ambientazione, è vero, era decisamente evocativa. D’accordo, divedere il ‘palco’ con altri artisti appena conosciuti, che si esibirono prima e dopo di noi, arricchiva l’esperienza di altre sfumature. E’ inoltre vero che arrivare in un posto sconosciuto e catapultarsi immediatamente in scena fa aumentare il consueto livello di adrenalina. Ma questi elementi non bastavano per giustificare la mia sensazione. Sentivo che c’era qualcos’altro, qualcosa che in quel momento mi sfuggiva e che rendeva tutto così diverso rispetto alle mie esperienze precedenti. C’era qualcosa di magico, ma di cosa era fatta questa magia?

Tutti gli spettacoli a cui avevo partecipato fino a quel momento si erano consumati in situazioni decisamente più canoniche, teatri o palchi all’aperto, in cui ogni singolo aspetto dell’evento era scomposto e organizzato :

1.    Scelta del luogo dell’evento e sopralluogo: tipo di palco, target e numero di spettatori.

2.    Marketing e pubblicità: internet, locandine e flyers.

3.    Botteghino: il pubblico viene appositamente per vedere un determinato spettacolo e paga anticipatamente.

4.    Incontro: pubblico e performer si incontrano direttamente in scena e ognuno è preparato ad interpretare il proprio ruolo.

5.    Divisione netta e tangibile tra palco e realtà.

6.    Applauso e commiato finale.

Facendo mentalmente l’elenco di tutti questi aspetti mi sono reso conto che l’arte in strada sovverte e contrae molti elementi del teatro comunemente inteso. Ridisegna elementi che si sono strutturati lungo i numerosi secoli della storia del teatro occidentale. Andiamo a vedere in che modo:
 
1.    Scelta del luogo dell’evento e sopralluogo: in occasioni come i festival di arte in strada questa parte avviene poco prima di iniziare e durante l’esibizione stessa. Consiste in un rapido adattamento alle circostanze ambientali fisiche (architettoniche e acustiche) e ambientali tout-court (tipo di pubblico).
Naturalmente bisogna essere tecnicamente e professionalmente preparati ad ogni tipo di esigenza.

2.    Marketing e pubblicità: si può pubblicizzare in modo consueto il festival nel suo complesso e la presenza di un singolo artista all’interno di questo contenitore, ma la maggior parte delle persone che andranno a formare il pubblico saranno persone che  vedranno per la prima volta quel tipo di spettacolo non sapendo che cosa andranno a vedere.  Di fatto la parte di marketing e pubblicità si limita ad essere un annuncio pochi minuti prima di iniziare, annuncio ai presenti e ai passanti: “tra pochi minuti, qui, inizierà uno spettacolo di improvvisazione teatrale!”. Quindi qualcosa che fa parte integrante della performance.

3.    Botteghino: ecco questa è una delle trasformazioni più interessanti. Nell’arte in strada il botteghino non è preventivo, non è un acquisto a scatola chiusa, ma è qualcosa che scivola al termine dello spettacolo. Se lo spettatore ha apprezzato quello che ha visto lascerà un’offerta, offerta direttamente proporzionale alle proprie disponibilità e al livello di gradimento della performance. Botteghino che non è un obbligo ma che, lasciato alla libertà dello spettatore, diventa un momento di verità e di giudizio sincero. Un feedback diretto e immediato sull’esito dello spettacolo.

4.    Incontro: quando si arriva in scena in un teatro già c’è una cornice definita che conferisce i ruoli. Lo spettatore è lì per guardare e sa cosa guarderà, l’artista sa che lo spettatore rimarrà in platea per l’intera durata dello spettacolo, spesso si conosce anche la durata dello spettacolo. Quasi non c’è bisogno di presentazioni. Nell’arte in strada invece il momento dell’incontro è fondamentale perché è in questo momento che un passante diventa spettatore e l’artista attore. Si deve creare un palco che non esiste, palco che si fonda su un rapporto di fiducia. Nasce una negoziazione sotterranea, non manifesta, si instaura un dialogo nascosto tra artista e passante, un dialogo in cui l’artista dice senza dirlo apertamente: “fidati di me, rimani qui, fermati, ascoltami, guardami e non te ne pentirai!”. Questo rapporto di fiducia deve essere rinnovato continuamente durante la performance altrimenti, se questa fiducia sarà tradita, lo spettatore si spoglierà di questi nuovi abiti e tornerà ad essere un semplice passante. In uno spettacolo tradizionale è rarissimo che uno spettatore si alzi e vada via, reclamando magari i soldi del biglietto, anche se si sta annoiando a morte non farà niente di tutto ciò, non lo prevede un ortodossia consolidata. In occasioni come queste, al contrario, se lo spettatore si annoia si allontanerà senza alcun problema. Arte in strada, di nuovo dunque, come sinonimo di sincerità. E un rapporto sincero è più coinvolgente.

5.    Divisione netta e tangibile tra palco e realtà: non essendoci fisicamente né un palco vero e proprio né una platea, questi due mondi sono molto più sfumati l’uno nell’altro. Tutto ciò può essere un vantaggio e uno svantaggio. Da una parte per l’attore è più impegnativo trovare la concentrazione e costruire una solida quarta parete, dall’altra l’assenza di una granitica quarta parete (nei teatri simbolicamente delineata dalla linea del sipario) permette di entrare con più facilità in empatia con il pubblico, e il tutto ne guadagna in coinvolgimento, quindi in efficacia.

6.    Applauso e commiato finale: a questo punto, l’applauso di chi è rimasto non è di circostanza ma sentito, altrimenti lo spettatore sarebbe andato via prima della fine. Inoltre l’attore, con la formula dell’offerta a cappello, fonde questa parte dello spettacolo, il commiato finale appunto, con il momento “botteghino”. Rispetto alla prassi tradizionale si crea un meccanismo originalissimo. E’ come se il pubblico entrasse gratis in teatro e una volta finito lo spettacolo potesse decidere se andare via o passare dal botteghino dove gli attori ritirano direttamente le offerte del pubblico e talvolta anche i complimenti. Senza intermediari, vis-a-vis. E il valore del biglietto naturalmente lo decide lo spettatore.

Via il sipario, via le quinte, via il palco, via la platea, recitare in strada vuol dire smontare il teatro pezzo per pezzo e smantellando fisicamente il teatro è come se si smantellassero tutte le strutture mentali che ci guidano in questo tipo di esperienza. E’ come tornare indietro nel tempo, a quando intorno al fuoco l’uomo dava soddisfazione al suo antico bisogno di condividere storie ed esperienze, vere o inventate, si ricrea così una piccola comunità in cui il dialogo, spogliato dell’ipocrisia del botteghino preventivo, diventa un dialogo più sincero, quindi più diretto e quindi più profondo.

In definitiva, rispondendo alla mia prima domanda “di cosa era fatta questa magia?” posso dire che l’arte in strada è la magia del ritorno alle origini del teatro, verso un ancestrale senso di unità che la separazione della realtà in compartimenti stagni, tipica della cultura moderna, soffoca e cancella. Ritorno alle origini che non è l’illusoria rincorsa a una qualche età dell’oro, né vuol dire depauperare il teatro di tutte le sue conquiste, ma al contrario arricchire tutto ciò che conosciamo attraverso la riscoperta di un gusto dimenticato.

 

(04 settembre 2012)

 



Arte in strada: ritorno alle origini

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