"I giovani sono il nostro futuro"."E’ solo nei giovani che troveremo la salvezza del nostro paese". "I giovani non sono tutti criminali". "Dobbiamo rivolgerci ai giovani". "Dobbiamo puntare sui giovani". Ogni giorno in talk show, telegiornali, quotidiani viene speso un numero incalcolabile di parole per raccontare la travagliata esistenza dei "giovani d’oggi"; c’è chi ci considera una generazione senza valori, chi teme per il nostro futuro, chi si cimenta in appelli strazianti rivolti "a tutti quei giovani buoni e bravi" che non fanno parte di baby gang e che non spacciano droga.

Indubbiamente le problematiche giovanili attirano l’attenzione, spingono inevitabilmente a mettersi una mano sul cuore (e sulla coscienza?) e ad assumere un'espressione mista di indignazione e sconforto; questa può essere classificata secondo una scala d’intensità suddivisa in tre livelli di ordine crescente. "Poveri ragazzi" è senza dubbio il primo livello d’indignazione, seguito da "Il governo non fa mai niente" che lascia la pole position al solenne "Questo mondo sta andando a rotoli". La caratteristica peculiare di questa scala è la durata temporale, che va da un minimo di dieci ad un massimo di venti minuti per poi lasciare il posto ad una serena quotidianità.

E’ questa quotidianità, questa sorta di omertà a lasciarci soli. Noi giovani siamo come Maricica stesa su un marciapiede, sola nell’indifferenza ma prontamente compianta da milioni di persone davanti ad uno schermo. E’ l’indifferenza il cancro dei giovani, è il delegare la responsabilità della situazione in cui ci troviamo ad un governo che non fa il proprio dovere, alla crisi economica, a fattori che sicuramente incidono ma che non sono gli unici colpevoli.

Viviamo in un paese profondamente gerontocratico, dove le conoscenze vengono custodite gelosamente; non vi è affatto da parte del mondo professionale, verso i giovani, un’attenzione maieutica. Chiunque invece può rimboccarsi le maniche e smettere di essere solo un osservatore passivo dell’odissea giovanile. Ognuno può, nel proprio piccolo, nel proprio campo professionale, darci la possibilità di far vedere quanto valiamo. Abbiamo bisogno d’imparare al di fuori di un mondo universitario basato solo sulla teoria, abbiamo bisogno di stimoli, di occasioni reali che lascino che il nostro impegno dia i suoi frutti. Vogliamo fare, provare, essere riconosciuti come fondamentali per una comunità che ora come ora non mostra di aver bisogno di noi.

La maggior parte di noi non vorrebbe partire, amiamo il nostro paese e vorremmo rimanere per renderlo ancora più meraviglioso e variopinto dando il nostro personale contributo. Dando noi stessi ed il nostro impegno. Noi giovani siamo come delle formiche, ci impegniamo, ci aiutiamo l’un l’altro per costruire qualcosa di solido ma possiamo contare solo sulle nostre forze. Non chiediamo che il nostro cammino venga reso meno impervio, vogliamo però avere la possibilità di cadere. Accoglieteci con entusiasmo, fermatevi ad ascoltare la nostra voce, sostenete il nostro lavoro in modo che possa sfociare in qualcosa di concreto ed appagante. Non guardateci da uno schermo, non lasciateci su un marciapiede, tendete l’orecchio invece; stiamo cercando di dirvi qualcosa.

(24 novembre 2010)



Ci chiamate bamboccioni. Ma se ci ascoltate, vi stupiremo

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