Un tempo la cultura era la culla dei saperi e quella dell’Italia aveva attraversato trasversalmente i secoli lasciando tracce indelebili in tutto il mondo, al punto da renderla meta turistica privilegiata.

Oggi i tanti saperi scientifici che ci preoccupiamo di far acquisire alle nuove generazioni, spesso badando più alla quantità che alla qualità, non nascono più tra le braccia della cultura, né tanto meno sono, a ruoli invertiti, in grado di prendersi cura della nostra storia secolare.

Infatti, se la cultura è l’abbraccio in uno sguardo prospettico dei fenomeni del mondo, un sapere tecnico, per quanto elevato, non può che essere affetto da una forma di miopia, che lo rende insufficiente a cogliere altro da sé. L’apertura della cultura è incompatibile con la chiusura in una certa stanza del sapere. Spesso tale chiusura è anzi la causa di una miopia culturale che affligge le aule delle scuole e i luoghi di lavoro.

Coloro che “sanno” non possono così, per assunzione diretta, dirsi colti. Si possono avere elevate conoscenze tecniche in un dato campo scientifico, senza essere colti, senza che si sappia apprezzare la molteplicità mondana fuor della cosiddetta “cultura dell’utile”. Perché è all’utile che oggi si pensa: salviamo ciò che serve, facciamo acquisire ai nostri figli un sapere utile. Un sapere che sia, per così dire, materiale, che faccia perciò girare l’economia. Gli aggettivi qualificativi pare non interessino più, bastano quelli quantitativi.

Eppure di utili la cultura in Italia, nel corso dei secoli, ne ha prodotti tanti. Ed è agli utili economici che ora ci riferiamo. Ma nemmeno questo a quanto pare basta più per fermare la scure dei tagli. E così assistiamo indignati allo scenario di degrado che ci ha presentato Presa Diretta nella sua inchiesta domenicale: la cultura in Italia senza più fondi è affondata o sta per affondare.

Non ci sono spazi per conservare la memoria e un popolo senza memoria è esposto a perniciosi disorientamenti storici. Non ci sono risorse materiali e umane per le biblioteche, per tutelare gli scrigni del vecchio sapere, per adottare quelli del nuovo. Non si restaura più, se non dietro compassionevoli donazioni private, se non addirittura per mano di investimenti esteri.

Cultura non è sapere (tecnico). Un Governo tecnico, composto da ministri con sapere specifico, non ci pare dunque possa considerarsi a priori garante della cultura e a quanto sembra nemmeno a posteriori, vista la continuità con il programma di tagli al settore del Governo precedente.

Eppure non crediamo serva un grande sapere tecnico per comprendere che l’Italia figlia di Michelangelo, Dante, Giordano Bruno, Mazzini, tutelando il proprio patrimonio culturale investirebbe non solo nella crescita civile del Paese, bensì anche in quella economica.

In un Paese altro, con un’altra politica, magari non avremmo i centri commerciali pieni di “utili” sovraffollamenti, piuttosto potremmo avere una nobile “inutile” crescita civile del popolo, per mezzo di musei e biblioteche costantemente rinnovati e trasversalmente fruiti nella loro moderna polifunzionalità, archivi sconfinati, centri di ricerca all’avanguardia, monumenti e opere pubbliche ancora nel pieno della loro vita, a testimoniare la storia dell’Italia che oggi noi siamo, o vorremmo essere.

 

(27 febbraio 2012)

 



Il governo del sapere tecnico e l’abbandono della cultura

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