I primi stupefacenti tweet sulla candidatura a Direttore della Banca Mondiale proposta da parte del presidente Obama sono stati “non un addetto ai lavori di Washington” e “un amico di Tim Geithner”, ma hanno completamente mancato il bersaglio.
Quella di Jim Yong Kim è una candidatura di rottura non per quelle ragioni ma perché è un attivista, un professionista dello sviluppo e uno che appartiene alla generazione X che ha passato i primi anni della sua vita in paesi devastati dalla guerra e in via di sviluppo.
Quanto è insolito questo curriculum? Se scelto, Kim sarebbe il terzo dei 12 Presidenti della Banca Mondiale senza esperienza nel mondo bancario (Barber Conable e Paul Wolfowitz sarebbero gli altri due). Sarebbe il primo non bianco e il primo ad essere nato e vissuto in una società povera e devastata dalla guerra (James Wolfesohn è nato e cresciuto in Australia). Sarebbe anche il primo ad aver lavorato in una organizzazione internazionale e il primo ad aver diretto una organizzazione no-profit.
Come attivista, ha partecipato ad una carovana nel Midwest con Bono e una ventina di bambini africani che cantavano e si esibivano per riportare l’attenzione sul problema dell’HIV, e questo è accaduto quando ho avuto modo di incontrarlo nel 2002. Quando discutevamo con gli autisti dei pullman, con gli studenti e i cristiani evangelici circa l’HIV, ha dimostrato un forte impegno e la conoscenza del problema proprio di un attivista e non dello stereotipo del banchiere o di un esperto medico. Il libro di Tracy Kidder “Mountains beyond Mountains” documenta come ha co-condotto l’innovazione delle ONG di “Partner s in Health” con il più noto (ma che managerialmente manca di qualcosa) Paul Farmer.
Dalla data di fondazione della Banca Mondiale, si è pensato che il legame con i banchieri dei paesi ricchi e i mercati capitali fosse una qualifica chiave. Al contrario, Kim è un medico che è specializzato in malattie dei paesi in via di sviluppo, in trattamenti anti-tubercolosi, nell'accesso diffuso ai trattamenti dell’HIV ed in problemi di salute pubblica negli Stati Uniti e nel mondo.
Nelle scorse settimane, i leader dei paesi in via di sviluppo e gli attivisti hanno richiesto fermamente che il presidente della Banca Mondiale trasformi la banca per affrontare le sfide del 21° secolo e che sia in grado di vedere il mondo in una prospettiva che va oltre quella di Washington. Kim è un veterano della burocrazia dello sviluppo internazionale, con cui dovrà collaborare e che, secondo numerose voci, ha bisogno di essere totalmente trasformata, rispetto al 20° secolo e ai tempi della guerra fredda.
I leader dei paesi in via di sviluppo hanno anche richiesto di ampliare l’esperienza e il punto di vista di coloro che guidano la banca: 10 americani bianchi e un australiano fino ad oggi. Kim è un americano naturalizzato che è nato in Corea del Sud. Ma non quella Corea considerata la tigre democratica dell’Asia che gli americani pensano sia oggi, bensì un paese povero, rovinato dalla guerra e autocratico. Il tipo di nazione che, di fatto, compone la maggior parte della clientela della banca e la lista dei paesi di cui preoccuparsi ora.
Infine, con riferimento alle voci secondo cui Kim sarebbe “un non-insider di Washington”, egli possiede anni di esperienza amministrativa nella gestione di meticolosi geni autoproclamatisi tali, la cui conoscenza è altamente specializzata ma non sempre pertinente al mondo reale, e che sono molto difficili da licenziare (sì, Ivy Leaguers, sto guardando voi).
Cosa significa tutto ciò?
In primo luogo, che l’amministrazione Obama sta facendo il suo tentativo di cambiare, e non solo di gestire, la scena internazionale. Questo sarà un compito difficile; dovrà essere fatto consensualmente e gli USA hanno meno influenza che in passato. Obama sta creando meglio che può i presupposti per il cambiamento, collocando in una posizione di cosi alto livello uno che: ha mostrato di poter innovare e di guardare fuori dalle strutture esistenti per lo sviluppo del partenariato; comprende ed è in grado di usare le forze dell’opinione pubblica, dei media e dell’intrattenimento; ha una prospettiva che va oltre la Ivy League (il gruppo delle otto prestigiose università del nord-est degli Stati Uniti, NdT), Wall Street e la cintura di Washington.
In secondo luogo, che è un momento significativo per tirare la Banca Mondiale fuori dalle dei carrieristi della finanza. Questo, tuttavia, solleva la questione di come la finanza for-profit e lo sviluppo per la “difesa dello sviluppo” possa creare legami nuovi ed efficaci. Kim, o chiunque prenderà il suo posto, avrà bisogno di consigli saggi, di una collaborazione stretta con Christine La Garde del FMI e di un establishment della finanza globale che sia pronto a ragionare in maniera espansiva e diversa circa la relazione tra i profitti, i titoli azionari e il benessere delle persone.
Infine, che Barack Obama è, lentamente ma inesorabilmente, impegnato nella ricostruzione dell’establishment della sicurezza nazionale a sua immagine: si tratta di coloro che sono venuti dopo il baby-boom degli anni 50 - la cosiddetta Generazione X - con delle incontestabili credenziali ma in un contesto non tradizionale. Come Susan Rice, Michele Flournoy, Tammy Duckworth, Jane Holl Lute, Jeh Johnson, Harold Koh e decine di donne e uomini ad un livello più basso che sono stati modellati dalle stesse forze che hanno orientato il nostro mondo globalizzato in maniera diversa dalla generazione a loro precedente. Questa è la “famiglia” di Kim ed avrà un impatto sulla nostra politica estera e sulle nostre istituzioni internazionali per i decenni a venire.
Articolo pubblicato su The Guardian il 23 marzo 2012.Traduzione di Michela Onofri.
(29 marzo 2012)

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