Fermare lo spread senza svendere libertà, eguaglianza e democrazia: si può fare

Monti e lo spreadLa “delusione” del premier Mario Monti per la risalita dello spread a livelli “berlusconiani” non è certo superiore a quella degli italiani, le cui lacrime ed il cui sangue non sono finora bastati per sfamare la bestia della speculazione finanziaria. Il contagio si estende dalla Spagna all’Italia, ed ora anche alla Germania, con l’outlook negativo di Moody’s ed il rischio per la Merkel di avviarsi per il ripido pendio del rating attraverso il quale altri sono già passati. 

Il mese di Agosto non è ancora iniziato e, come in un gioco dell’oca truccato, ci troviamo di nuovo alla casella del “via”, anzi molto vicini ad uscire dal gioco.

Da novembre ad oggi abbiamo svenduto il nostro futuro con la riforma delle pensioni, i nostri diritti con la riforma dell’art. 18 ed ora il nostro welfare con la spending review. Abbiamo svenduto anche la nostra democrazia, con un governo tecnico che ora i partiti vogliono riproporci in elezioni anticipate fino a ieri del tutto escluse in quanto “irresponsabili”. E non è servito a niente.

Non solo lo spread viaggia oltre i 500 punti. Non solo il taglio radicale del welfare non ha scongiurato un ulteriore aumento del debito pubblico. Ma la fase due della “crescita” che doveva seguire alla fase uno dei “tagli” non accenna a partire. Il decreto sviluppo di Passera non evita la chiusura quotidiana di centinaia di aziende e la messa in cassa integrazione di migliaia di lavoratori. La riforma Fornero non genera né più posti di lavoro, né posti più stabili, né più posti per i giovani.

Secondo i dati pubblicati da Unioncamere e Ministero del Lavoro, di dieci posti di lavoro creati nel trimestre in corso, infatti, meno di due su dieci saranno a tempo indeterminato. All’ottanta per cento si tratterà invece di altro precariato. E ai giovani andranno meno di un terzo dei nuovi posti. Quindi solo il venti per cento di un terzo dei nuovi posti saranno stabili e tali da consentire ai giovani di costruirsi un progetto di vita.

Se a questi dati si aggiungono poi quelli di Bankitalia sull’andamento delle entrate delle famiglie tra il 2000 ed il 2010, appare evidente come il problema non sia solo per chi non ha ancora un reddito o non ha un reddito stabile, ma anche per chi quel reddito ce l’ha, ma l’ha visto dimagrire progressivamente, fino a diventare insufficiente a far fronte non solo alle spese straordinarie ma a quelle ordinarie.

Negli ultimi dieci anni, le retribuzioni sono ferme, al netto dell’inflazione e si approfondiscono tutti gli indicatori della disuguaglianza sociale: i redditi del centro-sud si divaricano ancora di più da quelli del centro-nord, i redditi delle donne da quelli degli uomini, i salari degli operai da quelli degli impiegati. E’ ovvio che, dopo il 2010 e con la gravissima crisi finanziaria in corso, questa dinamica si stia ulteriormente aggravando.

L’Italia, quindi, è non solo un paese sempre più povero, ma anche un paese sempre più precario, più vecchio, più maschilista, più classista, dove, quando iniziano a mancare i mezzi di sussistenza, iniziano a regredire in modo preoccupante anche i diritti e la società.

Nessuno di questi problemi è mai sembrato sfiorare il governo Monti, che, anzi, ha continuato ad infierire su lavoro dipendente, pensioni, precariato, senza riuscire minimamente ad innescare per lo meno una dinamica di crescita. Come un partito che si definisce (ancora) di centro-sinistra, come il PD, possa pensare, in larga parte del suo gruppo dirigente, di proporre (o imporre) al Paese un governo in continuità con l’attuale, resta un mistero.

O meglio, si sa che il principale argomento dei montiani è il classico TINA: there is no alternative. Non c’è altra alternativa per evitare il default dell’Italia, dell’Europa e lunghi e bui decenni di povertà, di desertificazione economica e sociale. E dove non c'è alternativa, non c'è democrazia: le elezioni devono essere solo un passaggio formale che, come in Grecia, sancisca questa mancanza di scelta con una finzione di scelta.

Ma che non ci sia alternativa, non è vero. L’alternativa c’è, e non passa necessariamente per l’abbandono dell’euro ed il ritorno alla lira, che spedirebbe immediatamente la maggioranza degli italiani sotto la soglia di povertà, o per l’uscita dell’Italia dall’Europa, che significherebbe la fine dell'Europa, cioè di un progetto che, per quanto ampiamente da riformare in base a criteri sociali e politici e non più solo economici e finanziari, ci ha assicurato sessant'anni di pace e di modello sociale avanzato.

L'alternativa non passa neanche nel limitarsi a protestare contro la dittatura dei mercati che conculca la democrazia o a gridare che "noi il vostro debito non lo paghiamo". Certo, come dimostrano gli effetti del blocco di ieri delle vendite allo scoperto, la speculazione dovrebbe e potrebbe essere frenata, anche e soprattutto con la Tobin Tax più volte annunciata e mai realizzata a livello europeo.

Ma in realtà quel debito è anche nostro, perché siamo noi - il popolo italiano - ad aver mandato al governo per decenni chi lo ha generato, con sprechi, inefficienze e clientelismo. Anche se, personalmente, non li abbiamo mai votati e, anzi, li abbiamo combattuti politicamente. Perché questa è la democrazia.

Per l'Italia vale come per ognuno di noi. Siamo uomini liberi, ma se prendiamo soldi a prestito lo siamo un po' meno. Non possiamo più decidere di fare la vacanza al mare o di acquistare l'apparecchio per i denti di nostro figlio. Dobbiamo prima restituire il prestito. E se quei soldi li abbiamo presi da uno strozzino, allora gli abbiamo venduto la nostra libertà.

L'alternativa per riacquistare la nostra libertà e la nostra democrazia, allora, passa per la restituzione del debito. E l'alternativa di sinistra non è restituirlo né con il patrimonio privato di chi ha di meno né con il patrimonio pubblico che dovrebbe servire a garantire chi ha di meno e non il "voto di scambio" di una politica "mafiosa".

L'alternativa di sinistra si chiama patrimoniale, una misura che potrebbe anche prevedere in luogo di una mera tassazione una tantum un acquisto forzoso di titoli di Stato, a tassi di interesse bassi ma ragionevoli, da restituire in una decina di anni, da parte dei cittadini italiani, con criteri fortemente progressivi in base al patrimonio (chi è molto ricco ne acquista molti di più di chi è semplicemente benestante, chi ha solo i soldi per mantenersi non ne acquista nessuno).

Questo consentirebbe in un sol colpo agli italiani di acquistare gran parte del debito dell’Italia, riportando così i tassi di interesse intorno all’1/2 per cento e risolvendo il problema dello spread in modo strutturale e non temporaneo. Significherebbe riconquistare la propria libertà e con essa la democrazia, determinando una robusta redistribuzione del reddito in un Paese che, sotto i governi di centrodestra e centrosinistra degli ultimi venti anni, è diventato sempre più diseguale.

Semplice, efficace, di sinistra. Si tratta di una proposta, peraltro, non nuova, che altri, meglio di me, hanno sostenuto e circostanziato (per tutti, cito il prof. Leonardo Becchetti, professore di economica politica a Tor Vergata, presidente del Comitato Etico di Banca Popolare Etica, direttore del sito www.benecomune.net). Certo, ci sarebbe da convincere l’opinione pubblica della bontà del progetto, ma si potrebbe fare.

Il problema è che l’Europa, l’FMI, le banche d’affari, la speculazione finanziaria vogliono altro. Non risolvere i problemi dell’Italia, ma acquistare a prezzi di svendita gli ultimi gioielli di famiglia che ci sono rimasti: grandi società pubbliche, patrimonio immobiliare pubblico, servizi pubblici locali. Per renderci non solo più poveri, ma più schiavi.

Chi si dice (ancora) di centro-sinistra, questo dovrebbe a tutti i costi evitarlo, evitando un nuovo governo con Monti come premier o con l'agenda Monti come programma. Se non lo fa, allora facciamolo noi.

Compriamoci il nostro debito. Riconquistiamo la nostra libertà, la nostra democrazia e la nostra aspirazione di eguaglianza e solidarietà. Dedichiamo un monumento, come quelli eretti in ogni paese e città italiana ai partigiani, ai “ricchi” e meritevoli che con i loro soldi salvano l’Italia. E poi mandiamo a casa una volta per tutte la politica mafiosa del voto di scambio, del benessere di pochi e del malessere di molti.

Con le risorse pubbliche liberate dal debito e con le istituzioni pubbliche liberate dalla logica mafiosa, allora sì sarebbe possibile avviare un vero e proprio New Deal del ventunesimo secolo, all’insegna della riconversione ecologica dell’economia nazionale e di un rinnovato benessere del nostro Paese.

(24 luglio 2012)



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