Sulla questione dell’Ilva non dobbiamo farci ricattare dalla solita e insoluta finta contrapposizione tra lavoro e salute, tra lavoro e ambiente. È questa una contrapposizione con la quale per decenni siamo stati costretti a subire un industrialismo selvaggio, sregolato, malsano, governato da una classe padronale familistica e avida.
In passato la sinistra di tradizione marxista è stata vittima e complice di questo ricatto. La centralità del lavoro salariato ha portato per decenni a ritenere l’ecologismo un movimento borghese-intellettuale, snob, insensibile alle esigenze di reddito e sopravvivenza della classe operaia. Nel frattempo le condizioni di lavoro peggioravano, il ricatto del posto di lavoro creava conflitti tra la comunità e i sindacati, il sistema capitalistico implodeva. L’ecologismo, dopo il femminismo, è stata la più grande intuizione e rivoluzione degli ultimi quarant’anni. Portava - e porta - con sé una idea diversa, inclusiva, pacifica e sana di mondo. Ha la forza di essere un modello che orienta gli stili di vita individuali e collettivi, le politiche pubbliche, le forme di produzione privata verso il benessere, la felicità, lo stare bene in salute e quindi nel corpo e nello spirito.
L’ecologismo non è riducibile a banale protezione dell’ambiente, non è un movimento difensivo. È un grande progetto culturale, economico e sociale antropocentrico che mette davanti a tutti (e quindi al progresso e alla produzione in primis) l’uomo e la donna nel loro rapporto naturale con il mondo. L’ecologismo mette in discussione i parametri classici di rilevazione della efficienza della economia capitalistica, il Pil in primo luogo.
L’ecologismo valuta la qualità dell' economia e non la quantità della produzione. Dirige l’economia privata e pubblica verso la offerta di servizi per la collettività, anziché verso la immorale produzione di beni inutili e pericolosi (vedi armi) di consumo. L’ecologismo in Italia è stato colpevolmente ridotto e umiliato a movimento minoritario di resistenza contro il progresso industriale. E’ stato ingiustamente e brutalmente messo in un angolo in quanto definito movimento del no, insensibile ai bisogni di reddito della classe operaia e di ricchezza della classe dirigente.
La vicenda dell’Ilva ci deve far ragionare intorno alla necessità di liberarsi da questo ricatto e di ripartire da un altro modello di sviluppo che sia umano, solidale e rispettoso dell’ambiente e non invece di tipo produttivo-finanziario. Il giudice che ha interrotto la produzione insalubre di Taranto ha fatto il suo dovere di magistrato. La magistratura, e questo vale sempre e in ogni circostanza, interviene dove c’è una illegalità, non è e non deve essere un attore politico. Spetta invece alla politica dare risposte globali, durature, non estemporanee.
Così è stato in Puglia dove Nichi Vendola ha condotto, sin dall'inizio del suo mandato, una battaglia, tenace e significativa, per la riduzione delle emissioni inquinanti dell'Ilva di Taranto che ha portato all'approvazione di apposite norme regionali. Un intervento importante. Nel frattempo bisogna lavorare a un radicale cambio di paradigma che rovesci le priorità.
Spetta alla politica di sinistra ed ecologista andare oltre il ricatto, spiegare che il reddito è un diritto e non una elargizione incondizionata e tragica dell’elite economica; che la qualità della vita di tutti è il parametro di riferimento delle scelte di governo e delle forme di relazione inter-individuale; che dalla protezione dell’ambiente dipende la sopravvivenza della specie umana e che la crisi dell’Ilva e le speculazioni dei mercati sono figli della stessa madre-matrigna. E allora diciamolo: a Taranto il Governo si sta comportando in modo scellerato, alimentando conflitti tra cittadini e lavoratori.
Noi della sinistra ecologista dobbiamo rompere questo giochino banale diretto a far accrescere le fratture sociali, e dobbiamo dire ad alta voce che un’altra economia è possibile e doverosa. A Taranto basterebbe che i lavoratori siano essi stessi impegnati nella riqualificazione dell’azienda. Questo è però il minimo che serve a superare una crisi. Il massimo è invece pensare a una politica economica insensibile alle speculazioni, ai facili guadagni, al tintinnare delle armi e dei soldi per pochi. Una politica economica che punti alla felicità e al benessere di ciascuno e di tutti.
(17 agosto 2012)
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