Il militante ignoto
di Giulio Sardi
Nella crisi economica globale, c’è un solo settore che traina il made in Italy. E' il settore degli armamenti, che, dopo il forte rallentamento degli anni ’90 dovuto alla fine della Guerra Fredda, ha conosciuto a livello globale una forte impennata nell’epoca della guerra preventiva di George Bush Junior. Quest’epoca sembra oggi al tramonto con l’avvento di Barack Obama alla presidenza USA, ma gli echi della stagione d’oro non accennano ancora a spegnersi. Nel nostro paese il 2008 è stato un anno record, come testimoniato dal Rapporto del Presidente del Consiglio sulle esportazioni di armamenti italiani pubblicato il 31 marzo scorso, in base alla legge 185 del 1990. Le autorizzazioni all’esportazioni di armamenti made in Italy sono state nel 2008 ben 1.880, per più di 3 miliardi di euro, con una crescita del 28,58% rispetto all’anno prima. A queste vanno aggiunte le esportazioni relative ai Programmi intergovernativi, pari nel 2008 a 2,6 miliardi di euro. Un balzo notevole, rispetto ad un 2007 già da record (+9,7%), al quale forse il tono sommessamente soddisfatto del Rapporto di Palazzo Chigi non rende del tutto giustizia: “l’industria italiana per la difesa ha consolidato e incrementato la propria presenza sul mercato globale dei materiali per la sicurezza e difesa, confermandosi un competitivo integratore di sistemi, capace di affermarsi in mercati tecnologicamente all’avanguardia”.
Tra le 200 imprese armiere iscritte al registro, di cui 11 nuove di zecca, a fare la parte del leone sono quelle della galassia Finmeccanica (di cui il principale azionista continua ad essere il Governo italiano). Al primo posto troviamo l’AGUSTA S.p.A. (50,39% del totale delle esportazioni), che, nonostante la delusione di questi giorni per il ritiro della commessa del super-elicottero presidenziale da parte dell’amministrazione Obama, si consola con il successo del suo elicottero da combattimento Mangusta.
Al secondo posto compare ALENIA AERONAUTICA S.p.A. (9,16%), coinvolta nel prossimo futuro nel programma per l'acquisto di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighters (JSF-F35) che costeranno al nostro paese quasi 14 miliardi di euro da qui al 2026 e contro il quale la campagna Sbilanciamoci ha lanciato un appello all’indirizzo delle Commissioni Difesa di Camera e Senato, che in questi giorni dovranno votare il loro parere al Governo.
Al terzo posto la OTO MELARA S.p.A. (6,09%) che oggi, dismessa la produzione di mine anti-uomo vietata dal 1994 in Italia, produce carri armati, cannoni navali e sistemi missilistici. Al di fuori dell’universo Finmeccanica, spiccano al quinto posto la SIMMEL DIFESA S.p.A. (5,29%) di Colleferro, produttrice di munizioni e fino a qualche anno fa anche delle famigerate cluster bombs, e al sesto la IVECO S.p.A. di proprietà della FIAT, partner di OTO MELARA per i mezzi corazzati e accusata un paio di anni fa da Amnesty International di adattare i suoi furgoni a camere della morte ‘mobili’ per il governo cinese.
Nonostante i lauti guadagni delle imprese, non sembra che i loro lavoratori se la passino altrettanto bene, come fa notare Gianni Alioti della FIM-CISL. In realtà in Europa nel settore industriale militare tra il 1993 e il 2003 sono stati cancellati 750 mila posti di lavoro (da 1 milione e 522 mila a 772 mila), la flessione è proseguita, anche se in modo più contenuto, negli anni successivi e tutti gli studi e analisi del settore convergono nel prevedere nei prossimi dieci anni una nuova riduzione degli occupati dal 30 al 50 per cento, per effetto sia di acquisizioni e fusioni, sia di razionalizzazioni impiantistiche, tecnologiche, di prodotto-mercato, ma anche di delocalizzazioni produttive in paesi low-cost. Purtroppo queste prospettive, tutt’altro che rosee, non hanno indotto gli imprenditori del settore, in primis il governo italiano, a ragionare di riconversione ad esempio verso la green economy, dal momento che la prima guerra da combattere nei prossimi anni sarà quella contro i cambiamenti climatici.
Per quanto riguarda i paesi destinatari, sia la legge 185 che il Codice di condotta dell’Unione Europea sulle esportazioni di armi sono chiari nel vietare il commercio non solo con paesi oggetto di embargo internazionale, ma anche con quelli che non rispettano i diritti umani o nei quali vi siano situazioni di tensione o di conflitto armato. Ciononostante tra gli acquirenti compaiono numerosi paesi accusati di violazioni dei diritti umani o con situazioni di tensione e conflitto interno, a partire dalla Turchia, primo partner commerciale dell’Italia con più di un terzo delle esportazioni, e ancora Nigeria, Libia, Algeria, Oman, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Pakistan, Arabia Saudita, Egitto, fino a Israle, accusato senza mezzi termini di crimini di guerra per l’operazione Piombo Fuso sia da Amnesty International che da The Lancet, la più autorevole rivista medico-scientifica al mondo.
Ed è proprio l’ aspetto dei destinatari delle armi made in Italy, che preoccupa maggiormente padre Alex Zanotelli, padre Mario Menin e padre Franco Moretti, direttori delle riviste Mosaico di Pace, Missione Oggi e Nigrizia, che promuovono da anni la campagna Banche Armate. Nella loro nota i missionari denunciano, tra l’altro, la scomparsa dalla relazione governativa del documento alla base della campagna: la tabella riassuntiva del ‘Valore degli importi autorizzati’ agli istituti di credito che forniscono servizi d’appoggio al commercio di armi. In base a questa tabella era possibile di anno in anno verificare il grado di coinvolgimento di ciascun istituto bancario nell’import-export di armi e di conseguenza stilare una classifica delle banche armate contro cui attivare azioni di pressione da parte dei consumatori.
Nonostante la relazione stessa dichiari di voler fare “ogni sforzo per continuare il dialogo con i rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative (ONG) interessate al controllo delle esportazioni e dei trasferimenti dei materiali d’armamento, con la finalità di favorire una più puntuale e trasparente informazione nei temi d’interesse", l’eliminazione dei dati sulle banche non è certo una scelta di trasparenza ed è forse lo strumento con cui il Governo intende mettere a tacere le critiche contro gli istituti di credito coinvolti.
La campagna in questi anni è riuscita a condizionare le politiche di molti istituti bancari sul tema dell’import-export di armi, e proprio per questo ha dato molto fastidio, al punto da inserire nella relazione governativa del 2005, tra le problematiche di "alta rilevanza" trattate a livello interministeriale, "quella relativa all'atteggiamento assunto da buona parte degli istituti bancari nazionali" nell'ambito della loro politica di "responsabilità sociale d'impresa". "Tali istituti, - proseguiva la Relazione - pur di non essere catalogati fra le cosiddette "banche armate", hanno deciso di non effettuare più, o quantomeno, limitare significativamente le operazioni bancarie connesse con l'importazione o l'esportazione di materiali d'armamento".
Ciò avrebbe comportato per l'industria "notevoli difficoltà operative, tanto da costringerle ad operare con banche non residenti in Italia, con la conseguenza di rendere più gravoso e a volte impossibile il controllo finanziario" delle operazioni normate dalla 185/90. Pertanto "il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha recentemente prospettato una possibile soluzione che sarà quanto prima esaminata a livello interministeriale" - concludeva la Relazione.
Tre anni di esame per arrivare alla soluzione più semplice: la censura sui dati. I promotori però non si danno per vinti e chiedono “un incontro urgente con la presidenza del consiglio e le amministrazioni competenti per poter valutare nel merito l’attuale Rapporto e, più in generale, la politica del governo sull’esportazione materiale d’armamento”. Staremo a vedere, ma non con le mani in mano.
(9 aprile 2009)

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