Democrazia Globale/Democrazia Locale
Siamo sicuri che se un gruppo di extracomunitari avesse accusato un qualunque colletto bianco di un qualunque reato la reazione diffusa sarebbe stata diretta alla delegittimazione degli accusatori. Invece quando alcuni signori non italiani hanno accusato i ragazzi impegnati in un’occupazione di una scuola di averli intimiditi ed estorti, allora la loro testimonianza è diventata “dal contenuto verosimile” e il racconto - si scrive nell’ordinanza del Gip – “non presta il fianco a salti logici”. La storia dell’occupazione della scuola 8 marzo a Roma è una storia paradigmatica dell’uso politico degli strumenti di giustizia penale. Riepiloghiamo i fatti.
Un gruppo di giovani organizza un’occupazione di una scuola da tempo abbandonata. La rendono abitabile. Si insediano quaranta famiglie. Molte di queste sono non italiane. Alcuni ex occupanti dichiarano ai carabinieri che sarebbero stati costretti a pagare una quota di 15 euro mensili per vivere nella scuola nonché sarebbero stati obbligati a partecipare a manifestazioni politiche. Sei ragazzi – tutti socialmente e professionalmente ben inseriti – vengono accusati di vari e gravi reati. Il 14 settembre alle ore 4,40 un elevatissimo numero di carabinieri, pare addirittura protetto da un elicottero nonché comandato dal generale Vittorio Tomasone (lo stesso dell’inchiesta Marrazzo-trans), procede all’arresto di cinque persone. Quattro sono portati in carcere. Il 21 settembre, dopo l’interrogatorio di garanzia, viene ribadito l’arresto e il 29 settembre il tribunale del riesame trasforma la custodia in carcere in arresti domiciliari, dove tuttora stanno i ragazzi con l’accusa di estorsione e violenza privata.
Qui di seguito cinque considerazioni. 1) L’uso scenico, politico e punitivo dell’azione di polizia e della misura cautelare inflitta. Così come in altre vicende giudiziarie, laddove le forze dell’ordine e la magistratura sanno che il processo finirà senza colpevoli si cerca di ottenere tutto e subito. Nel caso in questione il tutto e subito consiste nello sgombero dei locali, nell’intimidazione nei confronti degli accusati, nel giudizio sociale ottenuto attraverso i giornali amici. 2) In un paese dove il premier afferma che i pm sono tutti comunisti, sono invece proprio i pm e più in generale i magistrati che mettono in galera o tengono senza motivo agli arresti domiciliari quegli oramai pochi militanti di sinistra che alla luce del sole fanno battaglie sociali, rivendicandone pubblicamente lo sconfinamento nella illegalità. 3) Tra le argomentazioni del Gip per confermare gli arresti domiciliari vi è quella secondo cui sarebbero state imposte con la forza regole e “tasse” agli occupanti. Che significa ciò? Che l’occupazione senza regole e “tasse” andava bene? L’argomento del Gip è intrinsecamente debole. 4) Il Gip si fida di alcune dichiarazioni fotocopia da parte dei denuncianti. A un giudice dovrebbe venire in mente di diffidare di dichiarazioni fotocopia prive di salti logici. I salti logici sono il sintomo della fluida verità della testimonianza. La mancanza di salti logici potrebbe far pensare alla preordinazione dei contenuti delle denunce. 5) Infine questa storia giudiziaria – se non si chiude subito con la revoca della misura cautelare – sta per diventare una classica storia di stigmatizzazione ed etichettamento sociale. Quei ragazzi, se non vengono subito liberati, rischiano il loro posto di lavoro, seppur in base alla Costituzione “presunti innocenti”.
(Articolo pubblicato su Terra il 29 ottobre 2009)
(30 ottobre 2009)

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Il sottinteso è che i bisognosi, anziché essere liberati dalla condizione di senza-casa, trovano lo sfruttamento e l’oppressione di un racket.
Si presentano gli arrestati come persone sleali e ambigue, in quanto farebbero credere di battersi per il diritto alla casa e la tutela degli emarginati, mentre invece vorrebbero solo opprimerli e sfruttarli.
È proprio questo rovesciamento della identità e del vero significato delle scelte degli arrestati quello che potremmo definire il character assassination di questa vicenda .
In questo quadro oscuro, sarebbero anzi i carabinieri a farsi carico di “liberare” gli occupanti dai loro aguzzini.