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A Proposito Di Diritti

 

Processo breve. Rodotà: “Se la legge dovesse essere approvata, sarebbe pericolosa per l’idea di giustizia che avranno i cittadini”
Intervista di Susanna Marietti

Sono trascorsi pochi mesi dalla sentenza della Consulta che ha bocciato il lodo Alfano e la maggioranza è ripartita alla ricerca di scorciatoie giudiziarie per evitare incriminazioni a carico del premier. Lo scontro tra politica e giustizia è deflagrato. Stefano Rodotà è un giurista che non può essere minimamente definito un giustizialista.

E’ un cultore dei diritti umani, è interessato da sempre alla giustizia vera, quella che riguarda non tanto i potenti ma i più deboli. Non a caso Stefano Rodotà è stato negli anni ottanta tra i fondatori della rivista Antigone. 

In un suo recente articolo ha parlato di attacchi striscianti alla Costituzione che possono rivelarsi più pericolosi finanche rispetto ad attacchi diretti e frontali. Fra gli attacchi insidiosi lei annovera tutta la discussione intorno al cosiddetto “processo breve”. Le carceri sono piene di persone processate in tempi brevissimi, ad esempio con il rito del processo per direttissima. Ciò significa che esistono già formule brevi per garantire la giustizia. C’è un modo per guardare il processo breve sotto un’ottica garantista?

Certo che si può guardare il processo breve in modo garantista, ma non con queste intemperie politiche, non con questa gestione dell’amministrazione della giustizia. Qualora la legge dovesse essere definitivamente approvata nella formula che conosciamo, quali che siano le sue giustificazioni, quindi anche al netto della parte ad personam, tale legge sarebbe pericolosa per il corretto funzionamento della giustizia e per l’idea di amministrazione della giustizia che avranno i cittadini. Tutti ricordiamo quanto siano stati strumentalizzati gli effetti dell’indulto nonostante si siano rilevati molto modesti. Con la legge sul processo breve avremmo un’amnistia di massa, una amnistia non concessa secondo le corrette procedure costituzionali.

Cosa ne pensa del fatto che ai giornalisti viene compressa la possibilità di ingresso in carcere? L’amministrazione penitenziaria si cela dietro presunte esigenze di sicurezza che renderebbero inopportune le visite negli istituti penitenziari per la stampa. Qual è il limite di demarcazione fra esigenze di sicurezza e diritto di cronaca?

Non si tratta di riconoscere un privilegio ai giornalisti, ma di consentire all’opinione pubblica di un Paese dove la questione carceraria è aperta dal dopoguerra, di poter avere più informazioni. Gli suicidi in carcere e il drammatico caso di Stefano Cucchi, evidenziano la necessità di un’informazione ed un controllo più diffuso. Comunque le esigenze di sicurezza si possono soddisfare senza impedire l’ingresso in carcere. Forse c’è qualcuno che pensa che i giornalisti si fanno portavoce di chi sa quale organizzazione criminale o portano all’interno strumenti che facilitano l’evasione? Se fossero realmente queste le preoccupazioni, non credo sarebbe difficile trovare delle soluzioni per evitare cose del genere. La verità è che il controllo diffuso infastidisce sempre il potere, qualunque esso sia.

La rigidità delle norme del 41 bis, il così detto carcere duro, sembra un campo dove, anche a sinistra, si è più restii a concedere apertura. Crede che i giornalisti dovrebbero potere entrare anche nelle sezioni dei condannati al 41 bis?

Anche in questo caso il diritto di cronaca dovrebbe essere reso applicabile, non credo che ci siano controindicazioni tali da impedire, anche per il carcere duro, la possibilità per i giornalisti di informare.

 

 

Articolo pubblicato su Terra il 28 gennaio 2010 
 
(29 gennaio 2010)
 

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