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L'inascoltato

 

Videoconferenze
di Stefano Anastasia

Giornata d’esami giovedì. Non è la prima volta che mi capita di fare esami in carcere, nel ruolo privilegiato dell’esaminatore, ma quella di giovedì è stata un’esperienza nuova. Avevo iniziato con un giovane in alta sorveglianza, qualche anno fa. Bravo, studioso, lo potemmo incontrare nella biblioteca del suo Istituto: ambiente non molto dissimile dalle stanze di un dipartimento universitario, bastava dimenticare il contesto, la trafila, e non guardare la finestra (con le sbarre, ovviamente).

Scendendo per i gironi penitenziari, mi è toccato una prima volta un 41bis. Era dall’altra parte di un pesante vetro divisorio, ma la comunicazione era amplificata e ci si poteva sentire, da una parte e dall’altra, in tempo reale. Situazione difficile, ma non impossibile per un esame universitario che, nella testa di chi scrive, non è mai solo la verifica delle competenze disciplinari, ma anche un’occasione di scambio e di comunicazione, di comprensione degli interessi e delle aspettative degli studenti.

Comunque, seppure con il vetro divisorio, l’esame si fa. Certo, poi bisogna dare il verbale al poliziotto, perché faccia il giro dei locali e lo vada a far firmare allo studente, mentre ti porta il libretto che gli devi firmare tu … un po’ macchinoso, ma la galera, si sa, è così.

Giovedì, invece, è stata una esperienza nuova: l’esame era in videoconferenza. L’effetto “pesce nell’oblò” a cui il vetro divisorio ti costringe è sostituito dalla parodia dell’atterraggio sulla luna: lo schermo che ti sta di fronte, per un po’, rimanda l’immagine dall’alto di una stanza disadorna, con una scrivania nel mezzo e una agente di polizia che attende l’allunaggio di Neil Armstrong, il nostro esaminando. «Parla lei?», «parlo io?», in videoconferenza bisogna cedersi il passo, per non sovrapporsi e impedirsi la comprensione di quel poco o tanto che il mezzo riesce a garantire.

Dopo una serie di “posso?” arriva il momento del “passo e chiudo”. Nonostante Neil abbia rotto il protocollo, chiedendoci dei suoi problemi burocratici con l’amministrazione universitaria, la sensazione è di non essersi parlati, tutt’al più telegrafati (in video, certo, ma telegrafati).

Il responsabile della struttura delle videoconferenze è un poliziotto penitenziario di nuovo conio: capace e competente, cortese e puntuale. Nelle more del fax che anticipa il verbale di assenso di Neil alla valutazione propostagli, ci spiega il funzionamento, le potenzialità e i vantaggi delle videoconferenze: una volta tanto, pare, siamo all’avanguardia in Europa. Difficile obiettargli qualcosa, ma lasciandosi alla spalle quello sfarzo tecnologico e i vecchi muri penitenziari resta l’amaro in bocca di un’occasione persa, di una comunicazione incompiuta.

 

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Articolo pubblicato su Terra il 3 febbraio 2010
 
(5 febbraio 2010)
 

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