La segnalazione
di Marco Incagnola
Concussione, corruzione, tangenti. A quasi venti anni da 'Mani Pulite', il nostro paese sembra essere ancora fermo alla fine della prima Repubblica. Le inchieste delle ultime settimane ci consegnano l'immagine di una classe politica, imprenditoriale e dirigenziale a perfetto agio nel pilotare a proprio vantaggio appalti pubblici, nomine, prebende. Una confidenza che mette in risalto la natura consuetudinaria di certe pratiche illecite, la totale assenza di 'scandalo' nell'ambiente, da intendersi sia nell'accezione classica di 'turbamento causato da un fatto contrario alla morale' che nel suo significato originario, skándalon'impedimento, intralcio'. In una ricerca Astra di qualche anno fa, il 62.3% degli intervistati sosteneva che “le raccomandazioni sono utili e a volte indispensabili”. Parole che a volte fanno pensare che la disonestà sia un tratto connaturato all'uomo italico.
In questi giorni è stato pubblicato dalla casa editrice ‘Edizioni dell'asino’ un volume di Alessandro Messina, economista, saggista e da sempre impegnato sui temi della finanza etica, dell’Altra Economia ed esperto di politiche del terzo settore, dal titolo Servire lo stato. Il mestiere del bravo burocrate (il libro sarà presentato il prossimo 22 marzo presso la Sala della Pace della Provincia di Roma). Una provocazione a prima vista. Messina, in realtà, raccontando le sue esperienze di dirigente pubblico, realizza una sorta di vademecum del buon amministratore mettendo in guardia il futuro burocrate dalle insidie della corruzione: “Servire il bene comune, invece, significa interpretare con convinzione il ruolo di 'civil servant', nel rispetto delle leggi, ma anche nella consapevolezza delle ambiguità delle strutture che le attuano”.
Dall'analisi del libro emerge l’immagine di uno Stato feudalizzato e in mano a potentati vari. Si può, dunque, ancora lavorare nella pubblica amministrazione per il bene comune?
Sì, si può, e sono tante le persone che lo fanno. Certo, faticano ad emergere in un contesto generale di forte inefficienza. Anche se vi sono significative differenze da considerare in ogni analisi, che altrimenti restano superficiali e demagogiche: tra aree geografiche, comparti della pubblica amministrazione, profili professionali. Il libro prova a trasmettere proprio questo principio: che ognuno, a partire dai dipendenti pubblici, può fare da subito qualcosa per risollevare la cosa pubblica. Un principio di speranza, ma anche teso superare in modo pragmatico il piagnisteo sterile di alcuni.
Quali sono le origini e le ragioni profonde di questo fenomeno?
Tante e diverse. La giovane età della nostra democrazia che ha meno di 70 anni, e dello Stato, che non arriva a 150. Il forte divario tra Nord e Sud, l'irrisolta questione meridionale, un'economia illegale che incide sul 30% del Pil. E poi una classe politica divenuta sempre più lontana dalla vita reale, tutta televisiva.
La corruzione quanto ci costa in termini economici ma sopratutto di sviluppo?
Vi sono numerosi studi che provano a misurare l'impatto economico della corruzione. Un tipico indicatore è quello degli investimenti dall'estero, mai così basso in Italia. Ma la gravità del problema va molto oltre il misurabile, minando alla radice la credibilità delle istituzioni, il senso di appartenenza dei cittadini, la solidarietà fiscale, il valore del merito ecc. Così si deprime l'intraprendenza economica, il funzionamento efficiente dei mercati, la mobilità sociale. In una parola si creano i presupposti per un paese ingiusto e senza prospettive di sviluppo.
Qual è il rapporto con gli altri paesi?
L'Italia rappresenta una vera e propria anomalia tra i paesi Ocse, quelli ad economia avanzata. I nostri indici, come ad esempio quelli elaborati annualmente da Transparency International, ci pongono in basso alle classifiche, vicino a paesi come il Botswana o l'Honduras, dal reddito pro-capite ben diverso.
Quali sono i comportamenti utili?
Da dipendenti dello Stato tenere sempre presente la missione istituzionale del proprio lavoro, sentire la responsabilità della soddisfazione dei cittadini, sentirsi utili. Da dirigenti, non crogiolarsi nell'intoccabilità del ruolo, qualificarsi costantemente, tenere gli occhi puntati sulla realtà. Da politici - gli imprenditori della pubblica amministrazione - la sfida maggiore: smetterla di pensare alla conservazione del potere, rendere conto dei risultati ottenuti, fare più di un passo indietro nella gestione.Dunque si arriva ai cittadini: vigilare, avere consapevolezza dei propri diritti, non cadere nella trappola culturale del 'fan tutti così'.
Occorre uscire da posizioni basate su schemi precostituiti che non hanno finora aiutato nessuno: politica e sindacati hanno gravi responsabilità per la mancanza di una vera e incisiva riforma della pubblica amministrazione. Allora, in attesa del grande momento (ci sarà mai?), non ci sono più alibi: ognuno faccia ciò che può e gli compete.
Articolo pubblicato su Terra il 11 marzo 2010
(12 marzo 2010)

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