Verso lo sciopero generale Fiom del 28. Landini incontra gli studienti della Sapienza

Maurizio LandiniOre 10, Roma. Aula V di Lettere e Filosofia, fra i vecchi banchi un po' andati di una delle aule della Sapienza, va in onda, in vista dello sciopero del 28 gennaio, l’incontro tra Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, e gli studenti. Landini mira al cuore dei problemi. Importante per il movimento degli studenti creare questo filo diretto fra il mondo dell’università e le istanze della difesa dei diritti del lavoro, un attacco per il mondo studentesco diretto al fronte generale dei diritti, una sfida che per gli studenti parla di un impoverimento del Paese, dalla legge Gelmini al progetto di Marchionne. Noi crediamo che in questo momento storico la sfida riguardi tutti. Noi questo autunno siamo partiti dall’opposizione ad un ddl e poi siamo andati oltre.

Dobbiamo trovare un linguaggio comune per le lotte, un nuovo welfare, il reddito di cittadinanza, dobbiamo tentare tutti i modi per passare dall’attacco ai diritti al capovolgimento del fronte. A Landini arrivano delle richieste precise. Non si può più difendere questo modello industriale così come è, bisogna riaprire la partita generale della mobilità: cosa si produce e perché. "Che senso ha - chiede una studentessa - produrre automobili inquinanti con un mondo che è sull’orlo di una crisi ambientale senza precedenti?" Domande radicali ed ineludibili. E poi come farà un lavoratore normale a mandare il proprio figlio all’università quando il 90% dei fondi per il diritto allo studio è stato tagliato?. E inoltre le forme di lotta. "Se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città”, lo slogan che ci ha accompagnato dal 2008 in poi, non era solo retorica vitalistica ma era frutto di una riflessione per cui dall’Università si deve uscire per bloccare il flusso della circolazione delle merci, il loro valore. Insomma il punto anche per noi studenti è come costruire uno sciopero nuovo. Landini ascolta attento, interessato. Il suo giro per le università e i luoghi di lavoro, probabilmente gli sta riservando delle sorprese rispetto alla qualità del dibattito.

"Intanto - dice - sono qui per capire l’interesse che c’è intorno alla Fiom e alla battaglia che si è aperta con Marchionne. Ci tengo a dire che siamo di fronte ad uno scontro senza precedenti e molta parte della classe dirigente politica lo sta sottovalutando. Per anni qualcuno ha pensato che la catena di montaggio non esistesse più. Ci si vergognava anche di dire che di mestiere si faceva l’operaio tanto il lavoro manuale era stato svalutato. Ci si era detti che il mercato poteva fare quello che voleva, che le leggi dello stato dovevano accompagnare il libero sviluppo delle imprese. Ed ora la stessa condizione giovanile generale di precarietà mette in discussione questo modello di sviluppo. Il 29 dicembre con l’accordo di Mirafiori non esiste più la Fiat, il diritto ad organizzarsi collettivamente per delle rivendicazioni. Questo è finito".

"La contrattazione - aggiunge Landini - viene cancellata. Marchionne dice che la competizione fra le imprese è una guerra e i lavoratori devono partecipare a questa guerra ed essere in guerra con i lavoratori delle altre aziende. Ora i lavoratori saranno chiamati a firmare il contratto uno ad uno, qui siamo alla follia, si torna all’Ottocento, alla chiamata individuale, 'a voce'. La loro modernità, ragazzi, è questa: uscire dal Novecento non per il futuro ma per tornare al modello dei primi insediamenti industriali. Avete ragione quando dite che è ora che si cambi questo modello di sviluppo e anche noi come sindacato abbiamo le nostre responsabilità per il ritardo, ma non è un caso che le auto elettriche Marchionne le fa in America per la Chrysler, come da accordi con Obama. Le altre imprese europee hanno riversato somme molto più alte in investimenti e ricerca della Fiat. Non è un caso che la Fiat sia andata in Serbia dove per ogni lavoratore assunto prende diecimila euro dalla Stato, un cospicuo finanziamento da parte della Bce, e gli stabilimenti glieli passa lo Stato Serbo. Consentitemi una battuta: mentre il capitale è globale, il lavoro non è nemmeno locale. Questo è il dramma. Servirebbe almeno un contratto unico europeo. Abbiamo bisogno di un movimento anche d’opinione su questo. Guardate quanto la condizione dello sfruttamento sul lavoro sia stata dimenticata. A Melfi la fabbrica giovane della Fiat dopo un certo numero di anni di lavoro, la metà dei lavoratori riscontra ridotte capacità lavorative ha i tendini e le spalle rotte".

"E voi su questo - incalza il sindacalista - ci dovete aiutare come giovani studenti, il mondo dell’Università nel suo complesso deve fare la sua parte: noi dobbiamo studiare nuove forme di organizzazione del lavoro. Non è un caso che lo scontro vero con la controparte non sia sulla redistribuzione del salario, ma sul potere di contrattazione e sull’organizzazione del lavoro. Non è un caso che i sindacati del Sì non abbiano distribuito l’accordo. Anche perché molte delle persone che hanno votato sì, ci hanno detto che noi non dobbiamo firmare mai. E che loro staranno con noi se continuiamo la lotta e voi lo sapete: una fabbrica senza consenso non si governa. Voi mi avete posto il problema di nuove forme di lotta e dei nuovi diritti, e lo trovo giusto. Anche da parte nostra c’è stata un’incomprensione. Sulle nuove forme di lotta anche noi ormai adottiamo lo sciopero articolato, non abbiamo bisogno di fare scioperi ad oltranza ma di spendere bene il tempo dello sciopero, e questo mette paura perché crea dei grossi danni produttivi all’azienda. La vicenda dei tre di Melfi è tutta qui. Ma la cosa che fa rabbia è l'incapacità da tanta parte della classe dirigente politica di non capire che non ci può essere modernità quando si tagliano i diritti e si spaccia come il futuro la costruzione di Suv". 

"E poi - conclude - è vero, ragazzi, il reddito di cittadinanza e le nuove frontiere del Welfare sono stati motivi di attrito. Perché per molto tempo abbiamo pensato che se uno non lavora perché dovrebbe percepire un reddito?. Ma mai come ora la vostra lotta all’’Università e voi come generazione ci ha convinto che è ora di introdurre questi strumenti. Anche alla luce del fatto che migliaia di giovani con contratti precari  sono stati espulsi senza uno straccio di ammortizzatori sociali. Ed ancora sulle forme di lotta. Ma da chi pensate che abbiamo copiato il fatto di andare nei luoghi del lavoro tenuti in penombra? A Cassino o al porto di Ancona l’abbiamo imparato dalla risposta che avete dato dopo il 14 nella manifestazione del 23. Ci avete stupito, avete messo al centro voi, i vostri temi e le periferie dimenticate. Uniamoci perché altrimenti questo paese e le sue contraddizioni non si tengono più. 'In fabbrica non ho diritti, e mio figlio non ha diritto di andare all’Università', questa è una contraddizione troppo grossa. E’ ora di rispondere".

Seguono cinque minuti di applausi e l’appuntamento per gli studenti romani è a Termini alle 7.30. Direzione Cassino.

(25 gennaio 2011)



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