L'economia vista da vicino

Dalla crisi allo sviluppo attraverso un nuovo paradigma tecnologico (Parte 2)

La tesi è che c’è bisogno della “distruzione creatrice” di Schumpeter per riprendere un nuovo corso, di una spinta tecnologica che modifichi la struttura economica con l’insorgere di nuovi settori e il progressivo smantellamento di altri. Ma ancor di più, seguendo gli studi di Schumpeter e dei neo-schumpeteriani sulle onde lunghe di Kondratiev, è necessario investire cospicue risorse per accelerare il sorgere di un nuovo paradigma tecnologico, che sappia innescare un nuovo ciclo economico e del lavoro.
La teoria suddetta identifica cinque onde tecnologiche, della durata media tra i 50 e i 70 anni, dalla rivoluzione industriale fino ai giorni nostri: la rivoluzione industriale 1771, l’era del vapore e delle ferrovie 1831; l’era dell'acciaio, dell'elettricità e dell'ingegneria pesante 1875; l’era del petrolio, dell'automobile e della produzione di massa 1913 e l’era dell'informatica e delle telecomunicazioni 1971.

Ogni fase tecnologica paradigmatica è contraddistinta da una costellazione o gruppo di innovazioni tecniche e organizzative che segnano la fase economica come è stato nel caso dei processi di meccanizzazione dell’industria tessile di inizi ‘800 spinti dalla meccanica idraulica (ci si ricorda delle macchine tessili ad acqua di Arkwright nell’Inghilterra della rivoluzione industriale), dell’industria del ferro e dei trasporti della metà dell’800 spinti dal corso delle innovazioni in materia di energia meccanica (motori a vapore), per finire oggi col sopravvento dell’economia dell’informatizzazione e della comunicazione, avvenuta con innovazioni a grappoli nei decenni successivi all’invenzione del microprocessore Intel del 1972.

Ogni fase di sviluppo economico conseguente al paradigma tecnologico non è solo caratterizzata da innovazioni immediatamente percepibili come visibili e di successo, come furono le linee di montaggio fordiste nell’industria automobilistica americana degli inizi del ventesimo secolo o i processi di “cracking” nei settori chimici e petrol-chimici della metà del ‘900, ma anche da fattori produttivi “principali” coerenti con le tecnologie, le invenzioni, le innovazioni e le tecniche accessibili ed impiegate nei diversi periodi di sviluppo, come il cotone grezzo, l’acciaio, il carbone, il rame, le leghe dei metalli, il petrolio, il gas, i materiali sintetici, i “chips” o circuiti integrati.

Ma un paradigma tecnologico è tale quando c’è effettiva condivisione anche fisica (nel senso di estensione) sull’applicazione delle innovazioni in campo economico e sociale della o delle tecnologie a monte delle innovazioni, quando c’è cioè una pervasività dei suoi effetti in tutti i campi della vita umana. La forma delle relazioni industriali, dell’organizzazione del lavoro, delle tipologie lavorative, della specializzazione dei fattori produttivi, delle organizzazioni di produzione siano imprese o altro, sono coerenti con il paradigma dominante.

Lo furono le relazioni industriali sindacalizzate nel periodo della produzione di massa come lo sono le forme di imprese “vuote” off shore nell’economia informatizzata di oggi dove i trasferimenti finanziari sono per lo più immateriali.

Come lo sono coerenti anche le infrastrutture e le principali vie di trasporto e comunicazione che dal Canale di Suez della metà dell’800, passando per i grandi oleodotti della metà del ‘ 900, diventano oggi le reti Internet.

A cascata nelle città, nelle scuole, negli uffici, per strada gli oggetti, il tempo, i processi produttivi, le scelte, le aspettative sono influenzate dal paradigma tecnologico dominante e dagli elementi sopravvissuti dei paradigmi tecnologici precedenti. Ci riforniamo con la macchina da distributori di benzina per andare a lavoro dove la postazione classica prevede un PC e un telefono e consumiamo prodotti e servizi a media o bassa tecnologia di massa.

Il cambio paradigmatico necessario alla crescita inizia da qui. Dall’insoddisfazione del benessere raggiunto dalla maggior parte della popolazione mondiale a fronte degli intensi processi di uso e sfruttamento delle risorse naturali.

La fase di sviluppo economico legata all’onda tecnologica delle ICT oggi prossima alla sua fase conclusiva sembra ancora non aver trovato un nuovo corso e mostra i limiti in termini di generazione di benessere oltre che di incapacità di crescita.

La sfida che ci attende non è quindi quella di rivitalizzare l’economia attendendo, e forse ancora ci vorranno un paio di decenni, l’affermazione di un nuovo paradigma che sostenga l’ascesa di nuovi settori, invocando una “mano invisibile” capace di allocare le spinte degli imprenditori, la ricerca e le invenzioni nonché la finanza su nuove traiettorie tecnologiche. Non è opportuno lasciare inascoltata la critica di fondo a questo sistema economico che non riesce ad assicurare un benessere che ad una sola parte dei cittadini del mondo, a scapito dell’altra parte e della sostenibilità dello stesso.

E’ necessario incanalare le forze verso un progetto politico europeista che sappia affermare, a partire dall’analisi dell’attuale paradigma tecnologico delle ICT’s in declino e di quello futuro che stenta a decollare, il paradigma che serve a coniugare progresso ed equità, crescita e benessere. E’ questa un’occasione da non perdere.

Nel 2002 J. Rifkin (in Economia all’Idrogeno del 2002), propugnava la via dell’idrogeno contro il “potere del petrolio”, che avrebbe accompagnato il tanto atteso declino del petrolio stesso e avviato un processo di democratizzazione nel mondo.

E’ questo e molto altro che andrebbe fatto. Andrebbe sostenuta con più forza la vocazione europeista dei paesi membri, con l’obiettivo di rafforzarne i principi e i doveri della comunità. La via suggerita dai principali membri, Germania e Francia in testa, di un collante monetario all’interno di una cornice contabile rigida, non aiuta a cogliere le opportunità insite nell’alleanza strategica dei paesi membri, tra i più avanzati al mondo.

Nonostante ciò la sfida di operare insieme ha molto senso soprattutto per la costruzione di una fiscalità comune da cui far emergere le risorse necessarie per guidare la transizione verso il nuovo paradigma tecnologico delle energie solari. Quello che si chiede all’Europa è di avviare un new deal tecnologico, economico e sociale.

Un nuovo corso che sia capace di tenere insieme la dimensione globale delle tecnologie dell’ICT con la dimensione locale, che per sua natura diversa dalle altre è fonte di conoscenza e dunque, come bene pubblico, di collettiva ricchezza.

Si chiede di investire ingenti quantità di denaro in ricerca e applicazioni nel settore dei trasporti sostituendo al petrolio e ai suoi irreversibili effetti di inquinamento, l’energia del sole quale propulsore di una nuova economia attenta al pianeta ma anche alla qualità dell’aria che respiriamo tutti i giorni.

Si chiede di investire nei settori della bio-chimica puntando ad una produzione agroalimentare attenta ai bisogni di salute dell’uomo mettendo in cantiere la dismissione del paradigma del consumo di massa.

Si chiede di invertire la rotta nella ricerca farmaceutica, della chimica di base e della spesa sanitaria nel suo complesso, dominata ormai dall’offerta di prestazioni e di nuovi farmaci piuttosto che dall’analisi dei reali fabbisogni di salute. La spesa sanitaria è puntata a crescere per via dell’incapacità tecnologica e tecnica oltre che economica ed organizzativa di contrastare ed eliminare le condizioni di inquinamento atmosferico, acustico, sui luoghi di lavoro nonché cambiare le abitudini alimentari e di scarsa pratica sportiva, anche e soprattutto nell’età scolare.

Non ci sono ancora soluzioni a malattie mortali come il cancro e nello stesso tempo sotterriamo ancora l’eternit piuttosto che le scorie radioattive senza che sia ancora attivo un serio e ben finanziato progetto per la produzione di energia solare sufficiente a supplire al fabbisogno energetico mondiale.

In Italia la spesa per la prevenzione delle malattie è pari al 5% della spesa sanitaria totale ormai da troppi anni pur rappresentando uno dei paesi con il più alto indice di popolazione obesa in Europa e su questo neanche gli studi (pochi per la verità) sulla tecnologia degli alimenti sembrano venirci in aiuto. Il primo e ultimo elemento che sembra guidare l’alimentazione nei paesi sviluppati infatti sembra inevitabilmente il solo prezzo degli alimenti, in un circolo vizioso con la qualità degli stessi, quest’ultima stritolata dai rincari imposti da ogni passaggio di trasformazione, dalla produzione alla grande distribuzione al commercio al dettaglio, tutti poggiati su un largo uso di lavoro nero o precario.
La ricerca e l’uso di nuovi materiali nel settore delle costruzioni e della produzione non è semplicemente decollata. Bassisssima la percentuale sul totale degli investimenti nei bio-materiali in tutta Europa a dispetto di quanto sarebbe invece necessario.

Contrariamente al resto il settore della tecnologia aerospaziale, nonché della nanotecnologia e della robotica sembrano, per effetto delle ricadute militari aver negli ultimi decenni fatto passi da gigante. Rimangono sullo sfondo le ricadute civili che potrebbero essere sostenuto con ben altro vigore.

Ci sono infine settori di vitale importanza per la qualità della vita dei cittadini con particolare attenzione a quelle centinaia di milioni (la grande parte) nel mondo che si concentrano in agglomerati urbani più o meno grandi, che vanno dalla raccolta, conferimento e trattamento dei rifiuti urbani fino alla gestione dell’intero ciclo dell’acqua (captazione, adduzione, distribuzione, raccolta, depurazione e scarico), sul quale ricerca e innovazione sono fattori sporadici per non dire assenti da anni.

Anche dalla tecnologia del mare, per lo studio e l’applicazione della quale i maggiori investimenti arrivano dalle industrie di cosmesi, molto ancora si potrebbe invece imparare.

L’impegno che si richiede all’Europa non è quindi solo quello di riattivare l’economia, questa economia, ma di migliorare piuttosto l’attesa di vita delle persone per i prossimi 50/70 anni.

E’ per questo che tale impegno non è solo auspicabile ma anche necessario. Ecco perché non serve la ricetta monetarista a questa Europa. Anche se ultimamente viene anche proposta da quella parte della società civile che giustamente ha criticato e ha messo in discussione un’impostazione economica classica, dogmatica, ai fatti perdente che oggi guida l’Europa e il mondo. O almeno, non è sufficiente.

Bisogna capire a chi giova una politica espansiva monetaria invocata in questi giorni. Se tale espansione va ad aumentare il credito di imprese asfittiche o a sostenere i salari di dipendenti a rischio reale di licenziamento allora è una proposta miope, monca. Non è escluso che si trasformi in politica inflazionistica con perdita di potere reale dei salari e contrazione degli investimenti a fronte di un aumento dei tassi di interesse, già in forte rialzo.

La moneta è come il metadone per il sistema capitalistico attuale, a meno che non si accompagni ad un serio programma di crescita (più che di risanamento), ma di una crescita del benessere e non delle ricchezze.

(Leggi anche Parte 1: L'analisi della crisi

Tommaso Antonucci: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

(17 maggio 2012) 



Dalla crisi allo sviluppo attraverso un nuovo paradigma tecnologico (Parte 2)

Il Punto

La strana prorogatio di Giorgio Napolitano

La strana prorogatio di Giorgio Napolitano

Ancora una volta  Giorgio Napolitano ha spiazzato tutti. La soluzione disegnata dal Presidente della Repubblica sembra avvicinarsi alla prorogatio proposta dal grillino prof. Becchi, con alcune importanti correzioni. leggi tutto


Segui LINKontro


petizionetortura