Interludio

Che la situazione fosse tragica avrei dovuto capirlo già nel 2010, quando scontrandomi con le discriminazioni formalmente ripudiate, ma effettivamente praticate nel mondo del lavoro, mi sono ritrovato a lanciare un appello attraverso i giornali, sperando di essere poi insignito del ruolo di paladino della difesa delle donne incinte.

Nei miei sogni c’ era anche una cerimonia dovuta a questa lettera. Nel bel mezzo di un martedì notte, il mio sonno viene interrotto dal trillo del campanello, tutto trafelato mi precipito alla porta, guardo dallo spioncino e non vedo nessuno. Mi riavvio verso il letto e il campanello di nuovo trilla.

Riguardo dallo spioncino e non vedo nessuno, ma questa volta sento anche bussare. Schiudo la porta e all’ altezza delle mie ginocchia vedo ben otto bambini che sghignazzano. Apro del tutto la porta e il più alfabetizzato di tutti mi domanda – Lei è il signor Minasi?. Annuisco e sbadiglio.
Mentre mi domando se siano finanzieri nani, lilliputhiani, spyder di Google, sempre il più alfabetizzato srotola una pergamena e comincia a leggere un po’ stentatamente un proclama che inizia con “In virtù dei poteri conferitimi”  e finisce con “di tributare quanto meritato alla Signoria Vostra”.

Del testo non ho capito molto perché era scritto in un italiano rinascimentale e sembrava più la compilazione di una denuncia da parte di un carabiniere. Avete presente quelle frasi del tipo: “mentre ella si trovava nel suddetto autoveicolo di sua medesima proprietà e avvicinatosi con moto lento al motoveicolo del suddetto procedendo da tergo, senza che il suddetto si accorgesse di tale avanzare”.

Ecco della pergamena non ho capito molto ma ho intuito che si trattava di un premio, ma non ho avuto il tempo di elaborare pienamente le informazioni, perché il più corpulento degli otto bambini mi ha colpito con una testata salendo sulle spalle del più alto (Darwin sarebbe stato fiero di loro!).

Mentre perdevo i sensi li ho visti mentre mi caricavano di peso su un lettino da sole coperto di pelli di ermellino ecologico.
Mi sono risvegliato sullo stesso lettino adibito a trono portato in trionfo dagli otto bambini verso un altare con luci al led e mega amplificatori in una ridente valle.

Lungo tutto il percorso una folla di donne incinte mi lanciava fiori anemici, buoni pasto e arbre magique  in segno di ringraziamento. I bambini più piccoli vicino alle loro madri applaudivano festosi come quando, prima del film, appare la scritta scintillante “Walt Disney Production”.

Sull’altare una donna incinta di sette gemelli, con un vaga somiglianza con Milly Carlucci, con una pancia mastodontica tanto che sdraiata su una spiaggia al sole con un costume verde l’ avrebbero scambiata per una cartolina di San Paolo in Brasile, impugnando un microfono pronunciava il mio nome con un ampio gesto del braccio (che ricordava il rovescio di Sampras) mi indica di colpo.

Io accenno un sorriso sghembo, la folla applaude e canta un alleluia, gli otto portantini mi scaricano sull’altare come fossi immondizia tossica, e io, con un doppio avvitamento e un mezzo carpiato mi ritrovo davanti alla folla e mentre balbetto ringraziamenti a tutti quelli che hanno reso possibile questa turneè (non mi viene in mente altro e ho sempre sognato di fare il cantante per ringraziare tutti i tecnici), mi vedo consegnare uno strano oggetto con la punta da penna, l’ impugnatura da spada e una protuberanza che ricorda la pancia di una donna incinta. La targa sotto dice “ A Daniele Minasi per lo sforzo profuso nella difesa delle ingiustizie nei confronti delle donne incinte”.

A questo punto ho preferito svegliarmi per non finire troppo nel trash. Ho preparato il caffè e mentre aspettavo che uscisse sono andato in bagno in compagnia di una rivista (non porno). Sfogliandola, ho ritrovato la mia lettera inviata mesi prima che copio di seguito.

“Caro prof. Galimberti,
scrivo a lei perché penso che il presidente Napolitano abbia la casella della posta intasata da lettere come la mia e non mi reputo né così importante né così abile nell’ ars oratoria da riuscire a captare la sua attenzione.
Mi interrogo proprio in questi giorni sul senso del termine “normalità” perché leggo sui giornali tanti capoversi, tante dichiarazioni che iniziano con “In un paese normale…”.
Purtroppo questo incipit appartiene anche a tante frasi iniziate a casa. Dal pubblico al privato. Due insiemi che si sovrappongono dove il particolare e il generale coincidono a dimostrazione che le reciproche percezioni delle due realtà confermano l’identità.
Sono un uomo normale di 32 anni, né intelligente né stupido quindi normale.
Vivevo in una casa in affitto, da 4 anni, da quando uno stipendio normale mi ha regalato la normale opportunità di staccarmi dalla famiglia di origine con un reddito normale e di sgravarla di tutte quelle spese di mantenimento. Come penso sia normale.
Da sette mesi aspetto un figlio dalla mia compagna normale e, per esigenze di spazio, abbiamo comprato una casetta normale ad un prezzo che sembrava equo per il mercato immobiliare in leggera discesa e per i risparmi normali messi da parte dalle nostre famiglie. Neanche a dirlo un mutuo da 100000 euro è stato necessario oltre ad essere normale.
Ho un contratto a tempo determinato che appartiene alla normale precarietà che aleggia sul nostro paese, dove si va in pensione a 65 anni ma non si trova un posto fisso fino a 40.
E’ normale infatti, che non si trovi un posto di lavoro prima che l’ ultrasessantenne che ti è toccato in sorte vada in pensione. Anche perché elevandosi la speranza di vita, un lavoratore medio, perché mai dovrebbe andare in pensione se non ha nemmeno i nipotini da accudire visto che i propri figli non li fanno nell’attesa della stabilità? Il fisico regge, lo stipendio è buono, altri dieci anni si possono pure fare a lavoro. Ma anche fino agli ottanta.
La mia compagna non lavora da 5 mesi, la società semipubblica per la quale lavoriamo e dove ci siamo conosciuti ha ritenuto opportuno per iniziare, farci velatamente intendere che, da statuto le assunzioni di parenti e affini non sono ammesse. Quindi niente matrimonio. Un po’ di normalità in meno.
Secondariamente ha deciso di tenerla a casa (dal secondo mese di gravidanza, dal momento in cui lei ha ritenuto normale comunicare all’azienda di essere in dolce attesa) nonostante lei richiedesse insistentemente di trovarle un’occupazione per onorare il contratto. (Conoscendola profondamente sono sicuro che avrebbe lavorato fino ad una settimana prima del parto).
Invece no, ci è stata sbattuta in faccia la normalità, quel precetto secondo il quale le donne incinte, non possono lavorare. Sono malate! E probabilmente contagiose! In un’azienda in buona parte “rosa”, il presagio nefasto di un contagio da “fertilità” ha paralizzato le alte sfere. Probabilmente troppe pancione per gli uffici avrebbero creato grossi problemi di traffico per i corridoi, nell’ascensore. Qualcuna avrebbe potuto avanzare la pretesa di un aumento sul buono pasto in virtù della saggezza popolare che vuole le donne in attesa particolarmente fameliche. Mangiano per due.
Da due mesi le è scaduto il contratto e normalmente il tutto è passato sotto silenzio. Silenzio pubblico.
Perché nel privato, la notte, il silenzio lo sento rotto dai suoi singhiozzi. Piange perché dicono sia  normale in gravidanza. Perché è normale che un contratto non venga rinnovato con lo stigma del pancione. Piange perché è normale dopo 5 mesi di inattività. Piange perché è normale che si senta sola visto che io sono costretto al secondo lavoro per tirare avanti. Piange perché è normale che il semplice fatto di essere sottoposti a visite ed ecografie continue alimenti quella becera identità tra gravidanza e malattia. Piange, mi guarda  e mi chiede “Ma ti sembra normale?”. E io faccio fatica a risponderle di no. E mi vergogno anche a dirle di sì.”


Con Galimberti ho avuto sempre un rapporto speciale, non che lo conosca personalmente, ma mi sembra un irascibile che trova il suo autocontrollo scrivendo e andando a scartabellare nei cassetti della memoria per trovare le citazioni giuste.

Mi piace, sento la sua tensione quando risponde alle lettere, vedo tutte le parolacce che ha scritto e poi cancellato, sento tutti i cazzotti che ha dato al computer incazzandosi. E io mi diverto a provocarlo. Il rapporto speciale si è interrotto con la pubblicazione di questa lettera.
Sapete come iniziava la sua risposta?

“Rispondo a questo giovane lettore, ma vista la sua condizione di precario, non farò riferimenti all’ azienda per cui lavora né al suo cognome per evitargli ulteriori problemi.” Dimmi caro professore quanto ti ha offerto la mia ex azienda per avere l’indirizzo email dal quale ti è arrivata la mia lettera???
E io che pensavo fosse una persona seria… SPIONE!!!!!


(27 giugno 2012)





Interludio

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