Su internet e sulle riviste specializzate sta suscitando molto clamore l’articolo provocatorio del direttore di Wired, Chris Anderson, che ha titolato la copertina dell’edizione statunitense del numero di settembre con un lapidario The Web is dead. La tesi di Anderson si basa sul fatto che sempre più persone utilizzano la rete tramite apparecchi mobili (smartphone e assimilabili). Inoltre, secondo le previsioni degli esperti del settore, fra pochi anni ci sarà il sorpasso delle connessioni da apparecchi mobili rispetto alla connessione da personal computer. Partendo da questi dati, il direttore di Wired ha formulato la sua tesi provocatoria della fine del web.
Per evitare fraintendimenti, va subito chiarita la differenza fra web e internet. Senza scendere nel dettaglio, il web è solo una parte di internet: il web sono le pagine html che consultiamo tramite i nostri browser, internet è composto dal web e anche da altro: chat, email, fttp, reti aziendali e domestiche, servizi voip, etc. Quindi il direttore non decreta la morte della rete, bensì del web per come lo conosciamo oggi.
Questa morte annunciata sarebbe dovuta alle ormai famose “app” lanciate dall’Apple (“app” sta come abbreviazione di applications e non di apple, come spesso qualcuno crede) per i suoi prodotti, primo fra tutti l’iphone. Secondo Anderson, il fatto che utilizziamo la rete sempre con apparecchi mobili e visto che le porte d’accesso a internet in queste apparecchi sono le app e non i browser, ne risulta che il web è morto.
Se da una parte questi elaborati sofismi lasciano il tempo che trovano, il fatto che siano sempre più le connessioni mobili non implica la riduzione delle connessioni “tradizionali”. Al limite si può supporre che alle connessioni di pc si sommeranno le connessioni mobili, con relative innovazioni e formule nuove di consultazione della rete.
Se poi si vuole scendere un po’ più nel dettaglio, le ormai immancabili app, che non sono altro che normali software semplificati e adeguati agli apparecchi mobili, non “ammazzano” il web. Sono solo scorciatoie per semplificare l’accesso al web con una nuova veste. Per fare un esempio, un app di consultazione news non fa altro che accedere in modo veloce e semplice alle stesse news del sito web ma “impaginate” in una forma idonea ai piccoli apparecchi. Quindi capiamo bene che, sostanzialmente, di nuovo c’è poco e niente.
Ma la parte più interessante dell’articolo di Anderson non è tanto l’aspetto dell’innovazione tecnologica, cioè, per sintetizzare, il passaggio dal browser all’app, bensì le ulteriori conclusioni che l’autore ne trae. Secondo il direttore di Wired, infatti, gli utenti sono ben disposti a “pagare” questa semplificazione avviata da questo nuovo modo di usufruire del web, assecondando così il modello Apple, che di questa nuova fase è il protagonista. Pagare, sia in senso letterale la fruizione dei contenuti e l’acquisto di app appositi, ma anche e soprattutto pagare la perdita di libertà di informazione, affidandosi solo ai percorsi predeterminati, evitando cosi la navigazione libera e caotica della rete globale.
Ecco, questa eccessiva semplificazione potrebbe essere il vero killer del web. L’idea di percorsi guidati e semplificati per l’accesso all’informazione potrebbe trasformarsi in una riduzione della complessità e in un appiattimento dell’informazione. Tutto ciò sarebbe ulteriormente aggravato se il modello dell’informazione a pagamento prendesse piede. Il modello proposto dall’Apple con il suo iPad: anteprima gratis, contenuto completo a pagamento.
Siamo comunque sicuri che malgrado tutte le pressioni e il marketing delle lobby della tecnologia, internet nella sua forma caotica, anarchica, orizzontale, sopravvivrà a qualsiasi attacco. Perché forse sono proprio queste caratteristiche di reale libertà e democrazia che hanno garantito la nascita e decretato lo sviluppo planetario di internet, e magari queste stesse caratteristiche ne garantiranno anche una vivace sopravvivenza, perché quello che mette in connessione la rete non sono computer, informazioni e bit, ma persone che collaborano allo sviluppo di un’intelligenza collettiva che va ben oltre le infrastrutture, le tecnologie e i protocolli che adesso la ospitano.
(8 settembre 2010)

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