L’Italia trema e continua a tremare da nord al sud. I terremoti sono tanti: nel calcio, dentro le mura del Vaticano, senza poi considerare lo sciame sismico che colpisce da tempo la politica. In questi giorni il terremoto è uscito dalla metafora ed è tornato a fare danni e vittime. Concrete come il cemento che frana.

Anche questa volta l’Italia si trova impreparata. Per i terremoti della natura c’è poco da fare: ci sono e ci saranno. A noi non resta che arginarne i danni e, soprattutto, ridurne l’effetto rovinoso con piani ambientali e urbanistici che non dimentichino mai la forte natura sismica del nostro territorio.

Per i terremoti metaforici, invece, la previsione è possibile, così come la consequenziale azione per evitarli. Per cominciare, ci vorrebbe una giustizia efficace e un etica sociale e individuale più strutturata.

Certo di fronte alle vittime in carne e ossa, forse è sbagliato chiamare terremoti quelli che sono più banalmente reati, malcostume, crepe e limiti del potere, sia temporale che spirituale.

La metafora del terremoto, del resto, può indurre a credere che anche questi ultimi siano eventi in qualche modo inevitabili, quasi connaturati alla natura stessa, quella sociale, e che quindi non si possa fare granchè per evitarli. A limite ci si può impegnare per limitarne i danni. Ma come per i sismi veri, anche per quelli metaforici non sembriamo tanto attrezzati.

 

(29 maggio 2012)

 



Il terremoto vero e quello metaforico

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