In Italia si inizia a sentire un fortissimo odore di elezioni anticipate. Negli ultimi dieci giorni, molte delle tessere del puzzle politico italiano, apparentemente incompatibili, hanno iniziato ad incastrarsi come per magia, fino a restituire un quadro d'insieme molto più chiaro, anche se per nulla convincente e non del tutto scontato.
Per prima, aveva sorpreso l'apertura di Bersani alle primarie aperte di coalizione ed ancor di più l'unanimità con cui la proposta era passata nella Direzione nazionale del PD. Poi, a sorprendere, era stata l'esclusione (autoindotta o eteroindotta, se ne può discutere) di Di Pietro dall'alleanza con il PD.
Oggi il quadro del centrosinistra appare molto più chiaro, con l'apertura di Casini al "patto tra progressisti e moderati", propugnato da tempo immemore da D'Alema e predicato almeno da un anno dallo stesso Bersani.
Ad aver (definitivamente?) convinto il leader dell'UdC al grande passo, sembra essere stata l'uscita di Berlusconi, il quale ha finalmente chiarito di essere ancora pienamente "in campo" e di voler tornare ad essere il "leader dei moderati".
Com'è noto, la persona di Berlusconi è da molto tempo il principale ostacolo ad un rientro di Casini nella "casa madre" del centrodestra. Avendo visto definitivamente chiudersi questa possibilità, ed avendo saggiato nelle urne l'inconsistenza dell'opzione "terzo polo" per lunghi mesi annunciata, il leader dell'UdC ha finalmente potuto rispondere affermativamente all'offerta di Bersani e D'Alema.
Questo esito, tuttavia, apparentemente scaturito nelle ultime ore, era probabilmente ad un livello avanzato già dieci giorni fa. Così si spiega sia il voto unanime di politici come Fioroni, Letta o lo stesso Veltroni alle "primarie aperte" di Bersani, sia l'atteggiamento recalcitrante di Di Pietro, che, sapendo che gli sarebbe stata sbattuta la porta in faccia, ha pensato bene, a questo punto, di sbatterla lui per primo.
Se la politica, da qui alle elezioni, continuasse a correre sui binari tracciati in questi ultimi giorni, le coalizioni sarebbero abbastanza chiare.
Nel centrodestra, avremmo nuovamente la leadership di Berlusconi, a capo di un PDL lasciato in mano ai colonnelli e ridotto sostanzialmente a bad-company e di una serie di liste civiche tematiche, riempite di volti giovani, noti e meno noti, ma comunque di sicuro appeal per l'elettorato.
A questo punto, con una linea politica apertamente anti-europeista e quindi anti-montiana, rapidamente indirizzata alla caduta del governo e alle elezioni anticipate, il rientro della nuova Lega di Maroni nell'alleanza sarebbe facilmente pronosticabile.
Scontata, ma solo apparentemente, è anche la situazione nel centrosinistra. Bersani conta su un'alleanza a tre con Casini e Vendola, che consentirebbe al PD di esserne il baricentro, aprendo maggiormente all'elettorato moderato senza tuttavia scoprirsi completamente a sinistra. Questa base di partenza potrebbe poi essere rafforzata dal contributo di una o più liste civiche, provenienti dalle fila del partito-Repubblica e dei vari think-tank che gli ruotano attorno.
Se Vendola accettasse lo schema, alla sua sinistra si potrebbe prevedibilmente coagulare o un'alleanza tra Grillo e Di Pietro, oppure, se Grillo scegliesse di "ballare da solo", un'alleanza tra Di Pietro e la sinistra comunista, alla quale potrebbero più facilmente aggregarsi anche liste di provenienza FIOM o il soggetto politico nuovo ALBA dei professori Ginsborg e Rodotà.
Allora si avrebbero tre poli, uno più schiettamente di destra, uno di centrosinistra e uno più "antipolitico" o più di sinistra a seconda delle scelte di Grillo, con quello di centrosinistra apparentemente accreditato delle maggiori chance di vittoria.
Eppure i dubbi che vada effettivamente così sono tanti e dipendono essenzialmente da cosa deciderà di fare Vendola. Dopo Bersani, Di Pietro e Casini, ora tocca a lui muovere i propri pezzi sulla scacchiera.
Un primo punto da tenere in considerazione è che il patto moderati-progressisti con Casini e Vendola dentro, danneggerebbe elettoralmente sia il primo che il secondo ed avvantaggerebbe il solo PD.
Non sarebbe infatti semplice convincere gli elettori di UdC e SEL della possibilità di coniugare le posizioni centriste favorevoli alla riforma del lavoro, al nucleare, alla privatizzazione dei servizi pubblici, al rilancio economico basato sulla cementificazione del territorio e sfavorevoli al riconoscimento dei diritti civili, con quelle di Vendola di segno decisamente contrario. Tanto più se della partita, come sembra, fossero anche i post-fascisti di Futuro e Libertà.
L'unico collante comune alle tre forze sarebbe l'europeismo, ma con idee molto diverse sull'Europa da costruire, ed un carattere, diciamo così, "popolare e non populista", ma con idee in buona parte diverse su quale sia il "popolo" di riferimento.
Il secondo punto che osta ad una risposta positiva di Vendola è lo strumento delle primarie, su cui Bersani deve “sminare” l’ostacolo Renzi e che è, di per sé, notoriamente ostico per i post-democristiani.
Dal primo punto di vista, il segretario del PD pensa forse di cavarsela con delle “primarie a doppio turno”, che gli consentano di ricompattare il partito intorno al suo nome nello scontro decisivo. Dal secondo punto di vista, invece, la formalizzazione dell’alleanza con l’UdC potrebbe essere rinviata al post-primarie.
Sembra tuttavia difficile che Vendola possa accettare queste due condizioni, che gli renderebbero la partita sostanzialmente impraticabile, a meno di non volersi accontentare di un ruolo per lo più di mera testimonianza, ben lontano dagli obiettivi originari di SEL e che ne provocherebbe probabilmente la spaccatura.
E', allora, più probabile che il governatore della Puglia si indirizzi verso il polo di sinistra, con Di Pietro, la sinistra comunista, ALBA e nel tentativo di tirare dentro anche Grillo.
In questo caso, l'omogeneità programmatica sarebbe di gran lunga maggiore, basata su lavoro e lotta alla precarietà, green economy, diritti civili, democrazia partecipata, ma con il grande scoglio delle diverse visioni sull'Europa, che costituirà stavolta senza dubbio uno dei temi principali della campagna elettorale.
Bersani e Casini andrebbero a rappresentare la continuità politica con il governo tecnico (anche cooptandone alcuni rappresentanti), continuerebbero ad agitare lo spauracchio dello spread, del default dell'Italia e dell'Euro, in un quadro continentale forse più praticabile, se anche la Germania, come la Francia, svoltasse verso la socialdemocrazia.
Comunque, si avrebbero tre poli potenzialmente intorno al 30 per cento. Le chance di vittoria di Bersani diminuirebbero di molto ed il PD rischierebbe di perdere buona parte del proprio elettorato di sinistra, con un maggior peso specifico di Casini nell'alleanza, in quanto principale punto di riferimento dei cosiddetti "poteri forti". La partita sarebbe aperta per tutti, anche per Berlusconi, con Grillo ancor più determinante di quanto sia oggi.
Staremo a vedere quale sarà la scelta di Vendola. Un primo indizio lo avremo già domani, quando il leader di SEL dovrà commentare la definitiva approvazione della riforma Fornero alla Camera, grazie ai voti dei suoi potenziali alleati PD ed UDC. E poi, giovedì, vedremo cosa succederà a Bruxelles e quale china prenderà la crisi economica europea.
(26 giugno 2012)

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