Era ancora il Basso Medio Evo, quando in Francia il titolo di Delfino divenne sinonimo di erede designato al trono. Allora, le terre del Delfinato di Viennois venivano attribuite al primogenito del Re, il quale le acquisiva con il diritto alla successione.
Molti secoli più tardi, il fenomeno del delfinato resiste ancora in politica, ma la vita dei Delfini diventa sempre più complicata, come sanno bene Alfano, Maroni e, a quanto pare, Pierluigi Bersani.
Nella Prima Repubblica, nella DC Forlani fu il Delfino di Fanfani, nell’MSI Fini fu il Delfino di Almirante. Poi, nella Seconda Repubblica, Fini si trovò ad essere per un certo periodo di tempo il Delfino di Berlusconi. Ne nacque uno scontro che portò alla scissione ed all’inizio del declino sia per il leader che per il suo successore designato.
Oggi, il tema della successione di Berlusconi è ancora aperto. E’ stato lo stesso Cavaliere a designare Angelino Alfano, salvo poi liquidarlo per “mancanza di quid”. Ancora oggi, l’ex Guardasigilli berlusconiano si trova a farei conti con le ritirate temporanee e le ridiscese in campo del suo “mentore”, fino all’ultima dichiarazione che ne conferma la premiership, ma al fianco dello stesso Berlusconi come ingombrante Ministro dell’economia.
Nel fine settimana, è inoltre andata in scena la successione di Bossi. Bobo Maroni, dopo aver fondato con il “capo” la Lega Nord ed averne seguito le orme per decenni, è finalmente stato incoronato nuovo segretario di una Lega ridotta ai minimi termini dagli scandali che hanno investito il senatùr, la sua famiglia ed il suo cerchio magico.
Nonostante il risultato acquisito, però, il Congresso tenutosi ad Assago non è andato esattamente come Maroni si aspettava. Nonostante i suoi tentativi di non arrivare ad uno scontro frontale con Bossi, quest’ultimo non si è fatto da parte in buon ordine, contento del ruolo di “padre nobile” o di “presidente onorario” che Bobo voleva assegnargli.
Al contrario, il senatùr ha continuato a tornare sul palco, sia prima che dopo il discorso di insediamento di Maroni, come un vecchio nonno un po’ rincoglionito, che continua ad inveire contro tutto e tutti, a cianciare di complotti della magistratura, a sospettare truffe sul nuovo Statuto, a lanciare minacce al nuovo gruppo dirigente, fino a raccontare la “vecchia storia” del figlio di re Salomone, con la mamma “buona” (se stesso) che rinuncia al bambino (la Lega) a favore di quella “cattiva” (Maroni) pur di salvarlo dalla scissione.
Ma, se Alfano è un delfino “ancora in prova”, se non del tutto diseredato, e Maroni stesso dovrà continuare a vedersela con un Bossi ancora poco incline a rinunciare al trono, c’è anche un altro discepolo che, un po’ più a sorpresa, rischia di vedersi rimesso in discussione dal proprio maestro, pur in un contesto del tutto diverso da quello dei “partiti del leader”.
Si tratta di Pierluigi Bersani, segretario del PD e candidato premier “in pectore” del nuovo centrosinistra, che, da sempre considerato “dalemiano”, proprio con D'Alema rischierebbe di doversela vedere, oltre che con Renzi e Vendola, possibili avversari in primarie di partito o di coalizione.
E’ questa l’interpretazione che Il Giornale dà oggi dell’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera dallo stesso D’Alema, a quanto pare molto seccato per il percorso di "rottamazione" che lo stesso Bersani starebbe portando avanti nel partito per mezzo dei "giovani turchi" Fassina e Orfini, anch'essi di scuola dalemiana ma evidentemente intenzionati al "parricidio".
Fatto sta che, nell’intervista, D'Alema non parla di Bersani, ma tesse le lodi di Mario Monti, fino ad affermare che “in un nuovo centrosinistra europeo può trovarsi a perfetto agio” e che “ha posizioni che a me paiono compatibili con il nostro orizzonte programmatico”, qualificandolo tra l’altro come “una personalità liberale che con la sua azione può mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti”.
Secondo Il Giornale, se non è un’investitura, poco ci manca.
L’idea sarebbe quella di un “Monti dopo Monti” a Palazzo Chigi, in grado di aprire allo stesso D’Alema le porte del Quirinale, nella logica Cencelli che vede la distribuzione delle due poltrone tra un “moderato” ed “uno di sinistra”. Uno schema che sarebbe speculare a quello di Casini, favorevole invece ad un Bersani premier, per aumentare le proprie chance alla Presidenza della Repubblica.
Fantapolitica? Forse. E forse l’idea di D’Alema non è poi così lontana da quella delineata oggi su l'Unità da Enrico Letta, che parla di un prossimo “governo Bersani” “in forte continuità col governo Monti”, precisando che la continuità dovrà essere “programmatica e anche di uomini”.
Tuttavia, sta di fatto che qualsiasi proposta politica di centro-sinistra, che sia fondata su una continuità programmatica con l’attuale esecutivo tecnico, indebolisce di per sé la leadership di Bersani, oltre che il profilo politico di alternativa della coalizione.
Se bisogna continuare a fare quel che sta facendo il governo tecnico, perché metterci un politico? Se bisogna continuare a realizzare politiche non di sinistra, ma di centro (se non di centrodestra) come quelle di Monti, perché metterci un progressista come Bersani? Se Monti fosse ancora disponibile, perché cambiare?
E tutto questo sarebbe ancor più vero se, come appare in queste ore, il “patto tra progressisti e moderati” proposto da Bersani si dovesse limitare ad un’alleanza tra PD e UDC.
Anche oggi, infatti, Vendola ribadisce al Corriere della Sera di essere indisponibile a far parte di “una coalizione neomoderata, sponsorizzata dai grandi gruppi editoriali”, ed indirizzato, a questo punto, a lavorare piuttosto “per una coalizione di governo alternativa, che capovolga le politiche liberiste”, con Di Pietro, la rete dei Sindaci cui stanno lavorando De Magistris, Pisapia, Emiliano, Zedda, Orlando e Rossi Doria, il soggetto politico nuovo ALBA e la FIOM di Landini.
Insomma, tra la proposta di D’Alema e Casini e quella di Vendola e Di Pietro, Bersani si faccia due calcoli. Sulla propria leadership, sulla consistenza elettorale necessaria per battere gli avversari, ma, soprattutto, sulla proposta politica da fare al Paese.
(02 luglio 2012)

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