Fosse caduta in un’altra epoca storica, la spending review di Monti, avrebbe generato una forte opposizione sociale e l’indignazione della maggior parte degli italiani. Ma non solo.

Quasi tutti a sinistra, anche le forze progressiste più moderate, avrebbero gridato allo scandalo per l’attacco al pubblico e ai principi inviolabili della Costituzione, come il diritto alla salute e all’istruzione nonché la centralità dello Stato.

Avesse operato 10-15 anni fa, Monti, oggi avremmo parlato di una scelta di paradigma, ossia quello liberista, vorace e disumano. Perché di questo si tratta.

Proprio mentre l’America obamiana tira dritto su una riforma sanitaria epocale, mentre la Francia di Hollande annuncia importanti misure di protezione sociale, il Governo Monti, tenendo fede a quanto scritto e teorizzato per anni dai suoi esponenti, porta avanti il suo progetto di smantellamento dello Stato, dall’istruzione alla sanità pubblica passando per i servizi pubblici. Una ricetta tradizionalmente liberista mascherata da manovra ‘Salva Italia’.

Poco importa che illustri economisti internazionali, a partire dal premio Nobel Krugman, continuino a sostenere la necessità di un aumento della spesa con l’obiettivo di rimettere in moto l’economia nazionale. Le politiche montiane, invece, proseguono nel solco del ventennio berlusconiano. La decisione di penalizzare l’Università pubblica e di stanziare più risorse per le scuole cattoliche è un esempio più che eloquente.

E’ dal 1992 che si assestano le più brutali batoste ai lavoratori, ai pensionati, ai cittadini utenti. Eppure, in questi anni, si è coltivata l’immagine di un apparato statale parassitario e fannullone, la vera causa dei mali nostrani. Una propaganda che ha prodotto solo impoverimento e massacro sociale, distruzione dei servizi pubblici e privatizzazioni di cui hanno profittato i soliti noti.

Il CNEL, nel suo recente studio sulla spesa dello Stato, ha reso pubblico che gran parte dell’ammontare delle retribuzioni pubbliche, il 30%, viene assorbito dai compensi ai dirigenti. La spesa pubblica, insomma, è stata gonfiata anche grazie agli stipendi dei dirigenti e dei super consulenti, spesso di nomina politiche, ossia di coloro che in buona parte stanno dando, in Parlamento, il placet all’ennesima manovra Monti. Anche sul fronte delle pensioni, il 4% dei trattamenti, pari a 660.000, che superano gli 8.000 euro mensili assorbono il 30% della spesa pensionistica totale. Solo pochi giorni fa il Parlamento ha rifiutato di porre il limite di 6000 euro mensili a tali trattamenti.

A crescere sono stati, invece, come detto, i finanziamenti per le scuole e le università private, quest’anno pari a 700 milioni. Risorse sottratte alla scuola pubblica.

Veramente non si poteva fare diversamente? Evidentemente sì. Le spese militari non sono mai state tagliate, ad esempio. Ma se Il Pd, di fronte alle politiche economiche del berlusconismo, non esitava a dispensare critiche, oggi appare quasi completamente in linea con l’esecutivo nazionale.

E pensare che fu Bassanini, ministro nei governi Prodi /D’Alema, all’indomani di Tangentopoli e dopo il collasso dei partiti storici, DC PCI PSI, a introdurre la possibilità di ricorrere alle consulenze esterne, proliferate in questi anni a suon di stipendi stellari.

Oggi, invece, tutti compatti nello smantellare lo Stato e i suoi apparati. Sarebbe forse ora di tornare a parlare di modelli politici ed economici, un esercizio ormai desueto. Di quale Paese ed Europa vorremmo e con quali caratteristiche. Non averlo fatto, evidentemente, ha fatto comodo a molti. Specie a quelle forze, sedicenti moderate, che hanno tratto beneficio da questa ambiguità ideologica e che hanno giustificato le proprie scelte come necessarie, vista la difficile congiuntura economica. A partire proprio dal Pd.

 

(05 luglio 2012)



Monti, il Pd e la rivoluzione liberista

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