Spending reviewLa bravura di questi “professori” è ineccepibile. Sono capaci di chiamare le cose in modo tale da convincere più o meno tutti che il nostro Paese è diventato virtuoso. Hanno cominciato con il "Salva - Italia" (per molti è stato immediatamente chiaro che non si trattava di salvare gli italiani!), hanno proseguito con il “Cresci – Italia”, e ora per farsi comprendere meglio dai mercati internazionali, che a giudicare dallo spread sembrano gli unici a non crederci, chiamano Spending Review una nuova manovra di tagli draconiani. La traduzione italiana è un capolavoro lessicale.
 

“Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”. Così si chiama il D.L. n.95/2012 che dovrebbe consentire una riduzione della spesa pubblica di 4,5 miliardi di euro quest'anno e di oltre 10 miliardi di euro nel 2013 e nel 2014, per un totale di 26 miliardi di tagli di bilancio.

Gran parte di questi risparmi riguarderanno la sanità e la pubblica amministrazione. Tagli ai Ministeri (4,5 miliardi nel 2012-2013), agli Enti Locali (7,2 miliardi), alla sanità (meno 3 miliardi e meno 18.000 posti letto), al pubblico impiego (meno 24.000 dipendenti). Tagli lineari che, in ragione proprio del loro essere indiscriminati, non solo riducono servizi e diritti per i cittadini, ma pesano anche sull’economia. Si calcola che per ogni euro tagliato si assista ad una contrazione del PIL di 1,5 euro: grazie alle scelte di Monti, una economia già in recessione rischia una ulteriore riduzione del PIL di circa 40 miliardi, rendendo ancora più squilibrato il nostro già pesante rapporto tra debito (che continua a salire) e PIL ( che continua a contrarsi).

Il decreto interviene anche sulle province, prevedendone la riduzione e l'accorpamento, con l'obiettivo di dimezzare il numero attuale. La riduzione avverrà sulla base di due criteri: il primo è la dimensione territoriale (2.500 Kmq), il secondo è la popolazione (350.000 ab.). Entro il 1° gennaio 2014 vengono istituite le Città Metropolitane, dieci in tutto: Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria. Contestualmente verranno soppresse le relative province. Entro il dicembre 2013, inoltre, tutte le società direttamente o indirettamente controllate dalle pubbliche amministrazioni dovranno essere sciolte, se non si sia provveduto precedentemente ad alienare le partecipazioni detenute.

Come possa la riduzioni degli organici, il taglio delle risorse, la chiusura degli uffici e la liquidazione di enti e aziende pubbliche continuare a garantire i fabbisogni minimi di funzionamento delle amministrazioni e l’invarianza dei servizi ai cittadini resta un mistero. Sarebbe utile una valutazione dell'effettivo impatto economico del complesso di tali misure sul funzionamento delle amministrazioni, che rischiano di tradursi in un incremento della spesa che si potrebbe registrare dall’esternalizzazione dei servizi o dal ricorso a lavoro interinale e a progetto. Senza entrare nel merito dei profili di costituzionalità che la riorganizzazione delle province e delle loro funzioni da più parti viene sollevato, gli stessi tecnici del Servizio Bilancio del Senato fanno osservare che ''potrebbero emergere profili onerosi di tipo straordinario in relazione al passaggio delle funzioni ai comuni'', con costi aggiuntivi che potrebbero derivare dal ''venir meno di economie di scala, connesse allo svolgimento di funzioni, ora accentrate nelle province e successivamente al trasferimento, frammentate tra diversi comuni''.

Ora che ci fosse bisogno di mettere mano alla spesa della pubblica amministrazione, anche per ridurre i tantissimi sprechi, non vi è dubbio. Magari dai “tecnici” ci si aspetterebbe uno sforzo di innovazione rispetto al criterio rozzo e vecchio delle sforbiciate lineari, che in un quadro fortemente recessivo e di impoverimento generale del Paese rischiano di infliggere un colpo mortale agli enti territoriali e ai servizi pubblici per i cittadini. Solo dall’applicazione delle disposizioni del Codice dell’Amministrazione Digitale (D. Lgs. n. 82/2005), purtroppo ancora largamente inapplicato, si potrebbero avere risparmi per 10 miliardi l’anno. L’Abi stima che l’applicazione della fatturazione elettronica può far risparmiare alle pubbliche amministrazioni 3 miliardi l’anno.

Lo stesso Ministro Patroni Griffi (Funzione Pubblica)  ha recentemente parlato di un risparmio tra i 3 e i 5 miliardi l’anno  che l’introduzione del fascicolo sanitario elettronico comporterebbe per i conti della sanità. Inoltre la dematerializzazione di solo il 10% dei documenti e degli archivi pubblici genererebbe un risparmio di 3 miliardi, secondo dati del Libro Bianco sulla dematerializzazione pubblicato dal Ministero per l’Innovazione. Per non parlare delle diverse centinaia di milioni di euro di risparmi che potrebbero essere conseguiti grazie all’uso immediato e capillare della Posta Elettronica (anche certificata).  A differenza dei tagli lineari, però, l’effetto della riorganizzazione sui processi non ha effetti recessivi ma libera risorse dei cittadini. Sono i cosiddetti costi di transazione che si riducono. Alcuni studi rilevano come il ricorso a front desk telematici farebbe risparmiare in tempo alle code e costi di spostamento 4 miliardi, 157 euro a famiglia l’anno. Tutti soldi disponibili per usi più utili che chiedere un certificato.

Tutte misure che contribuirebbero a ridare qualità, efficienza e innovazione ai servizi della pubblica amministrazione, rendendo il Paese più moderno e avanzato e per questo capace di ridurre la spesa pubblica troppo spesso generata da modelli arcaici e clientelari di funzionamento della macchina amministrativa, senza ridurre servizi e diritti, ma anzi allargandoli. Obiettivi lontani e velleitari, evidentemente, per quanti hanno deciso di  privatizzare e regalare al mercato i servizi pubblici locali, nonostante la volontà espressa da 27 milioni di italiani, che con i referendum del 12 e 13 giugno dello scorso anno hanno votato per il loro mantenimento nella sfera pubblica. Ora che la sentenza della Corte Costituzionale, la 199/2012, ha dichiarato l’incostituzionalità dell'articolo 4 del decreto legge 138 del 13 Agosto 2011 con il quale il Governo Berlusconi aveva aggirato il risultato referendario, la battaglia affinché i servizi pubblici locali continuino a garantire i diritti di cittadinanza, deve diventare il paradigma sul quale misurare il tema delle alleanze per la costruzione dell’alternativa nel Paese.

(24 luglio 2012)



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